Lo stereotipo della frociarola: ecco perché possiamo farne a meno

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Il linguaggio, più di qualsiasi altro strumento, è veicolo di discriminazione. Quindi perché definire in modo diverso quello che non è altro che un'amicizia?

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Il Cambridge Dictionary spiega il termine Fag hag con queste parole: “A woman who likes to spend time with gay men”. Si tratta di una parola appartenente allo slang LGBT anglosassone e si riferisce, appunto, a una figura femminile – eterosessuale – che ama spendere il proprio tempo in compagnia di omosessuali. L’etichetta è nata come insulto – Hag, letteralmente, significa stregaccia – ma è andata via via delineando uno stereotipo ben chiaro nella società: negli anni ’70 era più difficile individuare figure di donne eterosessuali che spendessero il proprio tempo unicamente in compagnia di omosessuali. La società è molto cambiata nei decenni, ma lo stereotipo sopravvive.

In italiano non esiste un corrispettivo preciso: in gergo si chiamano frociarole o frociare, e la vicinanza con la parola frocio – così come in inglese il nesso con il termine faggot (frocio, appunto) – la dice lunga sull’accezione non esattamente positiva che, almeno in principio, il termine assumeva.

Col tempo, soprattutto nel contesto americano, è nata una serie di nuove etichette: la controparte maschile, cioè un eterosessuale che frequenta molti omosessuali, viene chiamata Fag stag, mentre per gli uomini eterosessuali che frequentano molte ragazze lesbiche si possono utilizzare Dutch boy, Lesbro o Dyke Tyke. Mentre l’origine di Dutch boy è piuttosto oscura, risulta più facile rintracciare l’etimologia di Lesbro in lesbian brother (fratello delle lesbiche), e quella di Dyke Tyke, in cui Dyke è sinonimo di lesbian e Tyke significa “A young person of either sex”.

Indipendentemente dal loro sesso, tutte le persone che hanno legami di amicizia con lesbiche, omosessuali o bisessuali, vengono anche chiamate Fruit flies, ovvero ‘moscerini della frutta’.

Non finisce qui, perché il dizionario americano copre tutte le possibili combinazioni ed è ricco di sinonimi: nel caso di amicizia tra donne lesbiche e uomini gay, questi ultimi vengono chiamati Dyke diva e, tornando allo stereotipo Fag hag, esistono decine di termini equivalenti, come Queen bee, Homo honey, Goldilocks, Flame dame, Fairy princess ecc

Nella cultura di massa il termine venne usato per la prima volta nel film Saranno Famosi, in cui la parola Fag hag fu utilizzata per descrivere il personaggio di Doris nella sua relazione con l’amico gay Montgomery. Anche in questo caso l’accezione non era positiva: un altro dei personaggi, Ralph, scherza su questa relazione dicendo che Doris dovrebbe fare un provino per il ruolo da protagonista nel film I was a teen-age Fag hag.

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Maureen Teefy interpreta Doris in “Saranno Famosi”.

Oggi il termine è usato con un’accezione tutt’altro che negativa e definisce il legame fortissimo che può nascere in seno a un’amicizia. Ha perso, almeno nel mondo LGBT, qualsiasi sfumatura critica o deteriore. Ciononostante, la domanda che ci si può porre, è quale senso abbiano nel 2016 questi stereotipi, in un contesto in cui è la stessa comunità LGBT a volersi liberare di pregiudizi e aprioristiche valutazioni.

L’amicizia tra una ragazza etero e uno o più ragazzi gay è un’amicizia, fine. Il fatto stesso di definirla in un modo diverso rispetto a qualsiasi altro rapporto simile, può rappresentare un tentativo di renderla qualcosa di diverso? In parte sì. Il linguaggio, più di qualsiasi altro strumento, è veicolo di discriminazione. Nessuno vuole dire che chiamare la propria amica frociara implichi chissà quale tipo di omofobia interiorizzata, ma conoscendo l’origine del termine – preso pari pari dallo stampo di Fag hag – la concezione stessa rispetto a quello stereotipo può cambiare.

Nato in seno a un’altra cultura e a un altro modo di vedere e vivere l’omosessualità è anacronistico per i tempi odierni. La normalizzazione di quello che siamo, dei rapporti che viviamo, e dei legami, purtroppo e per fortuna passa anche dal linguaggio che usiamo e quindi, in buona parte, può dipendere da noi.

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