L’amore nascosto: 11 storie di coming out mai fatti

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Com'è la vita di chi vive nascosto? Voci da dentro l'armadio.

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La mia migliore amica si chiama Marina. I suoi non sanno che è lesbica. Ogni tanto provo a dirglielo: Mari, perché non glielo dici? Non ti sei rotta il cazzo di andare avanti a stronzate? Lei mi dice sempre sì, hai ragione, settimana prossima vado lì a pranzo e ci parlo. Poi s’inventa sempre una scusa: mia madre era incasinata per i nonni, mio padre aveva la febbre. Sono otto anni che la conosco, ormai ho iniziato a evitare il discorso.

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Fabio fa la quinta. Liceo linguistico. Quest’estate è andato a Ferrara dagli zii. Due settimane, giusto per fare qualcosa. Ha conosciuto una ragazza. A scuola lo racconta a tutti. Porta anche delle mail che lei gli ha scritto durante le ultime settimane. Sono stampate su dei fogli colorati, alcuni gialli, altri rosa. Sono firmati Roberta. E di fianco al nome, c’è sempre, alla fine del foglio, un cuoricino fatto con la penna rossa. In realtà Roberta si chiama Roberto, Fabio gli cambia il nome. Tanto alla fine, è solo una lettera.

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Dopo l’ora di teologia patristica abbiamo la mietitura. La colazione al mattino è prestissimo. Abbiamo mezzora dopo la sveglia e poi dobbiamo essere tutti giù, nella mensa centrale. Chissà se mi abituerò a questi orari. Poi fosse quello il problema. Qua è pieno di boni.

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Mia madre non vuole che i miei nonni sappiano che sono lesbica. Dice che sono vecchi, che uscirebbero pazzi. Ogni volta che vado a trovare mia nonna e magari ci prendiamo un caffè, lei mi chiede perché ho 30 anni e non ho ancora la ragazzo. Io sorrido, tanto cambia sempre discorso lei per prima.

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Antonio e Giacomo stanno per partire, insieme. Staccano un po’, dopo mesi di casa e lavoro. Sono in aeroporto, in coda per fare il check in. Stanno parlando dell’hotel che hanno scelto. Antonio si ferma. Il padre della famiglia che ha appena svoltato l’angolo e si avvicina gli sembra un suo collega, uno dei piani alti, un mezzo dirigente. Antonio tira fuori il telefono e se ne va. Cammina spedito. Giacomo non se ne accorge subito. Poi lo vede, è andato vicino ai bagni, tra la vetrata e le tende. S’è mezzo imboscato. Giacomo lo segue. Antonio fa finta di parlare al telefono. Per dieci minuti fa avanti e indietro. Ogni tanto lancia un’occhiata verso il bancone del check in. Poi mette via il telefono e dice a Giacomo: lo sai che non voglio dare spiegazioni alla gente.

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Quando durante l’intervallo o il cambio dell’ora incontro Enrico per le scale mi sale una botta di felicità dritta in testa. Lui è bellissimo, ha sempre la felpa col cappuccio, a volte su, altre giù e i jeans con due piccoli strappi al ginocchio e che gli fanno un culo da paura. Qualche volta mi faccio coraggio e passando lo guardo negli occhi e allora lì sento come una scossa e sorrido come un demente anche agli stipiti delle porte. Altre volte invece ho paura di esagerare e guardo a terra, oppure verso il muro. Poi quando arrivo in classe mi sento come se mi avessero scartavetrato dentro. Faccio finta di niente. Carlo e Michela, i miei migliori amici, mi chiedono: che hai? Io resto zitto. A volte gli dico che ho mal di testa.

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Come mi chiamo non importa. Ho 63 anni. Ho portato avanti l’azienda di famiglia. Roba di pellame. Siamo sempre stati bene, e da quando ho preso in mano io la gestione le cose, ancora meglio. Non sono mai riuscito a dire a mia madre che mi piacciono gli uomini. Non so neanche io perché. Ho avuto due compagni, ci vedevamo di sera, dopo il lavoro. Mia madre è morta settimana scorsa e una delle ultime cose che mi ha detto è stata: ma io sono stata una buona mamma?

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Mio padre aveva la foto di Mussolini nel portafoglio. Non sono mai riuscito a parlargli chiaramente di me. Credo l’abbia fatto mia nonna, sua madre, a un certo punto. Non ne sono sicuro. Me ne sono accorto perché prima capitava spesso che insultasse la gente dando loro del finocchio o del ricchione. Adesso ha smesso.

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Il mio ragazzo non è dichiarato. La sua famiglia non vive nella nostra città e ogni telefonata praticamente è una recita. Solo i saluti, le robe sul cibo e i baci che si mandano sono veri. Per il resto la vita che lui gli racconta è quella di qualcun altro. Non è la nostra.

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Mi conoscete. Sono una cantante, faccio dischi e vado in tv. Mi scrivono spesso messaggi, anche su Facebook. Ragazzi e ragazze mi parlano dei casini che attraversano per il fatto che sono omosessuali. Io cerco di rispondergli sempre. Nove volte su dieci piango. Gli rispondo ma arrivo fino a un certo punto. Non posso parlare di me, a loro. So che mi scrivono perché hanno capito, ma per il momento non me la sento.

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Maurizio sin da piccolo ama vestirsi da donna. Lo fa anche adesso, quando la moglie non c’è. Mette i suoi vestiti. Pure le scarpe, anche se riesce ad infilare solo mezzo piede. Si guarda allo specchio, ci si masturba. Qualche volta si fa anche delle foto, poi le cancella subito. Per il resto della giornata Maurizio si sente una merda.

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