BANCHE O POSTA?

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Anche le Poste Italiane offrono alcuni strumenti di gestione del risparmio con caratteristiche concorrenziali rispetto a quelli bancari. Ma non è tutto oro c'è che luccica. Vediamo cosa...

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Risulta abbastanza difficile discutere di economia sapendo quello che succede nel mondo e delle tragedie umanitarie che si stanno consumando.
Per questo ci limiteremo alla stretta cronaca degli avvenimenti, anche se il non parlare del conflitto non sarà certo per cancellarne gli orrori.
Molto importanti sono sembrate le parole di Duisemberg, il quale ha affermato che in Europa è quasi sicuramente lontano il rischio recessione, benché la crescita sia molto contenuta, e da qui la decisione di lasciare invariati i tassi di interesse.
Il governatore ha nuovamente rimarcato la necessità di lavorare sul risanamento e sulle riforme strutturali, mostrandosi comunque dubbioso nel quantificare gli effetti del dopo guerra.
I segnali di crisi che arrivano sempre più forti dall’economia Usa (alta disoccupazione, indici di fiducia ai minimi),hanno poi smorzato il mini-rally che le borse avevano cominciato qualche giorno prima, nella speranza di una veloce avanza delle truppe alleate verso Bagdad.

LA LENTE DI INGRANDIMENTO
Nel deludente panorama attuale degli investimenti, con i tassi ai livelli minimi e le borse ancora agonizzanti, spesso sentiamo parlare dei Buoni Postali quale valida alternativa.
Forma di risparmio abbastanza conosciuta e che in passato ha fornito ottimi rendimenti, ora sembra essere tornata in auge, collocandosi in aperta concorrenza con i titoli di Stato o le obbligazioni bancarie.
In effetti, stando agli ultimi resoconti, gli interessi corrisposti dai buoni sono in effetti un poco superiori a quelli degli altri strumenti; in più presentano il vantaggio che per essi le Poste Italiane non prevedono spese di negoziazione o di custodia titoli.
Il loro rendimento è crescente e variabile nel tempo: alla fine del 1° anno l’interesse lordo è del 2,5% (da ricordare la ritenuta fiscale del 12,5%); 3,25% alla fine del secondo; 3,75% dal 3° al 5°, e così via fino al 5,75% del ventesimo anno.
E fin qui tutto bene.
Volendo però trovare elementi negativi, occorre innanzitutto far presente il maggior vincolo di questi prodotti.
Se un risparmiatore decide ad esempio di disinvestire prima che sia passato un anno, non riceve nemmeno un centesimo in più in quanto le Poste riconoscono gli interessi solo per gli anni interi.
E quindi se decido di ritirare tra il 2° ed il 3° anno ho il rendimento fino al secondo anno, e così via.
Un altro aspetto vincolante è il fatto che per godere appieno dei rendimenti tabellari crescenti occorre portare a scadenza l’investimento, che quindi dovrà essere considerato quasi come uno zerocoupon.
Se infatti incasso i rendimenti maturati prima della scadenza, perdo il diritto per quelli futuri e la tabella si azzera.
Mettiamo il caso che dopo 4 anni voglia ritirare gli interessi: posso senz’altro farlo, ma dal 5° anno il rendimento ripartirà dal 2,5% (1° livello).
Ultima nota: i rendimenti dei buoni sono adesso concorrenziali, ma in un’ottica di rialzo dei tassi di interesse tutto questo potrebbe essere rimesso in discussione a vantaggio di altre forme.
Come vediamo quindi anche i Buoni Postali non sono certo la panacea di tutti i mali, e le Poste Italiane non regalano nulla.
Diciamo che in un portafoglio ben diversificato anch’essi trovano una collocazione, ed in un momento come questo presentano vantaggi in termini di rendimento e di spese rispetto alla media di quelle bancarie per simili strumenti.
Ricordiamoci comunque che nessun istituto di credito si tirerà indietro nel contrattare le spese e le commissioni sui vostri investimenti; che voi siete il loro pane, e che come tale avete tutto il diritto di pretendere un buon trattamento.

di Sirio Belli

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