DOVE VA L’EUROPA?

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I nostri soldi verso l'inflazione?

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Si è chiusa un’altra settimana in cui i mercati si sono mossi all’unisono in territorio prevalentemente negativo, salvo un parziale recupero sul finale, e a poco è servito l’intervento della Federal Reserve americana in materia di tassi (riduzione di 0,50) ampiamente scontato dagli economisti.

Quello che occorre è probabilmente una reale inversione di tendenza che si possa toccare con mano, e che produca effetti visibili e duraturi; ma probabilmente è ancora presto, ed i frutti di queste manovre si coglieranno forse verso la fine dell’anno.

Dito puntato anche verso l’Europa, accusata ormai da tempo di voler sottovalutare le sue difficoltà ed i disagi dell’Euro, anche se noi pensiamo che questa sia una situazione voluta e studiata con cura dai nostri banchieri per nascondere agli occhi del mondo un lento e macchinoso processo di cambiamento in grado di condurre il vecchio continente verso un felice e durevole Eldorado.

Piuttosto, a preoccupare sono le nuove spinte inflazionistiche che rischiano di rappresentare un grosso fardello per lo sviluppo, e che non riescono ad essere arginate.

Il rimprovero della Fed poi si è rivolto anche al Giappone, persosi nuovamente nelle tele tessute da una politica vetusta e non più in grado di stare al passo coi tempi.

Inutile dire che in questo clima decisamente pesante, le borse vagano ormai senza una precisa direzione.

LA LENTE DI INGRANDIMENTO

La tanto invocata manovra di riduzione tassi della Fed che si è tradotta in un abbattimento di mezzo punto percentuale, non ha sortito gli effetti sperati sui mercati finanziari, ma anzi lascia aperte varie possibilità di interpretazione sull’attuale situazione economica americana.

Il presidente Greenspan nel commentare questo taglio, si è mostrato ancora preoccupato per la gravità del quadro globale e non ha escluso nuovi interventi già nella prossima riunione del 22 giugno.

La crescita dell’economia stenta ancora a ripartire nonostante questa sia la quinta mossa della Reserve nel giro di cinque mesi, e sebbene gli effetti di ciò si debbano osservare nel medio periodo, a tutt’oggi risultano inefficaci gli esiti di simile cura.

Facendo un raffronto col passato, osserviamo che una serie così drastica di riduzione dei tassi la si ebbe negli anni 1981-82, la peggiore recessione degli ultimi venti anni.

Allora, dopo un anno dal quinto taglio la borsa ebbe una crescita strepitosa, ed il barometro finanziario volse al bello.

Indubbiamente oggi siamo di fronte a condizioni leggermente diverse, e l’economia americana viene da un decennio di crescita senza eguali, per cui risulta estremamente difficoltoso creare un termine di paragone.

La chiave di volta sta nei profitti aziendali che se ridotti possono innescare una catena di amputazioni ai posti di lavoro ed agli investimenti, ed è proprio qui, nel far ripartire l’industria a stelle e strisce che si incentra la scommessa della banca centrale USA.

Ciò che è evidente, è la fermezza adoperata dalla Fed e la volontà di non lasciarsi scappare di mano la situazione; in ogni modo i mercati azionari avranno bisogno di prove concrete nel futuro per poter nuovamente prendere a braccetto il toro.

di Sirio Belli

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