LA BELLEZZA DEL LUSSO

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I beni più costosi nel portafogli titoli

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È recente la notizia che la scrittrice inglese Fay Weldon intitolerà "Bulgari connetion" il suo prossimo romanzo, una storia di intrighi e, manco a dirlo, ricchezza sfrenata. In questo caso la citazione del celebre gioielliere è frutto di un preciso accordo di sponsorizzazione, il primo che si conosca nella storia della letteratura (se mai l’opera della Weldon sia da considerarsi tale).

Quante volte tuttavia i beni di lusso sono stati citati in racconti, film, canzoni, diventando sinonimo di ricchezza e potere, veri e propri status symbol che hanno colonizzato i piani alti dell’immaginario collettivo? Non si può negare, i luxury goods esercitano una suggestione particolare sui consumatori, specialmente quelli gay, legati come sono a personaggi leggendari, stili di vita sontuosi e belles époques passate, ma ancora così irrimediabilmente attraenti. Per non parlare della cronaca mondana e dei suoi agitati protagonisti: dive in disarmo costrette a vendere i gioielli per pagare il dog-sitter, starlette i cui flirt estivi naufragano insieme ai roboanti motoscafi dei loro fidanzati e divorzi come saghe nibelungiche in cui tra infamie sbattute in prima pagina e udienze sotto i riflettori spuntano sempre, che so, uno zibellino o una Maserati a ricordarci che, un tempo tra i due, l’amore c’era pur stato.

Inseparabili compagni di ogni illustrazione del jet set che si rispetti, oggi i beni di lusso costituiscono un mercato profittevole gestito con pugno ferro in (è il caso di dirlo) guanto di velluto da grandi gruppi che coniugano rispetto per la tradizione e leggi del marketing, passione per il bello e mercati finanziari.

Si, perché per finanziare gli ingenti investimenti che il business richiede (potete immaginare Cartier senza le sue faraoniche gioiellerie?) quasi tutti i signori del lusso sono quotati in Borsa, costituendo così un’opportunità per coloro che volessero aggiungere un tocco di stile (e magari di profitto) ai loro investimenti. E allora vediamo chi si nasconde dietro alle marche di champagne o alle maisons de couture (il lusso ama esprimersi in francese) e quanto rendono ai loro azionisti simili sfarzosità.

Due miliardari dominano la scena. Sono i due uomini più ricchi di Francia (che cosa vi dicevo?) e si chiamano Francois Pinault e Bernard Arnault. Quest’ultimo guida il colosso Lvmh, primo gruppo mondiale specializzato in prodotti di lusso, un giro d’affari di 11,6 miliardi di Euro nel 2000, 52 mila dipendenti nelle 440 filiali in giro per il mondo. Possiede marchi come Louis Vuitton, Dom Perignom, Fendi, Emilio Pucci, Kenzo, Christian Lacroix, Sephora e molti, molti altri e capitalizza alla borsa di Parigi 34,5 milioni di Euro. Con le sue cinque aree di business che vanno dagli spiriti, champagne e cognac in testa (noblesse oblige) alla profumeria, moda, pelletteria e distribuzione specializzata, il gruppo copre una larga fetta del mercato mondiale dei generi di estrema voluttà.

Segue Pinault, a capo di PRP, un impero finanziario di cui il lusso rappresenta l’8,9% del giro d’affari per complessivi 2,2 miliardi di Euro. Meno marchi del concorrente, ma tutti di sicuro glamour. Qui si va da Gucci (appena interamente conquistato), Yves Saint Laurent e Boucheron, a Sergio Rossi, Bottega Veneta e Bedat & C. Il gruppo PRP è quotato a Parigi, mentre chi volesse seguire le performance borsistiche di Gucci deve tener d’occhio le Borse di New York e Amsterdam.

E veniamo al protagonista di "Bulgari connection", l’italianissimo gruppo che capitalizza 3.700 milioni di Euro al listino di Milano. Bulgari ha in cantiere progetti interessanti, tra cui l’acquisto di Valentino attraverso il fondo Opera di cui detiene il 50%.

Il fondo è specializzato in prodotti "Italian style" e ha recentemente raggiunto un accordo per l’acquisizione di Bruno Magli. Proprio quest’ultima vicenda riflette bene la tendenza del mercato luxury: grandi gruppi vanno alla ricerca di produttori piccoli ma ricchi di storia e competenze, cui fornire le adeguate risorse in termini finanziari e di marketing. Tutto made in Italy anche il lusso di Tods, il gruppo marchigiano diventato celebre per i mocassini che calzano i piedi più ricchi del paese. La società ha collocato un anno fa il 25% del capitale in Borsa, forte dei propri stabilimenti italiani specializzati nella lavorazione dei pellami di qualità, e della distribuzione mondiale, attraverso corner nei grandi magazzini di lusso, negozi multimarca e boutique di proprietà negli USA.

Morale della favola: anche oggi il lusso è per chi può permetterselo, ma se volete possedere un pezzo della vostra griffe preferita, prego, la Borsa è là e i signori del lusso vi regnano sovrani. Non dimenticate, però, di consultare prima il vostro promotore finanziario di fiducia.

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