London Fashion Week: dopo gli americani, anche gli inglesi vogliono uccidere il sogno della moda

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L'approccio ultra commerciale e copione degli inglesi mette a repentaglio il meccanismo del desiderio. Per fortuna arrivano Milano e Parigi.

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La sfilata di Burberry che ha concluso la London Fashion Week è stata rappresentativa di tutto ciò che non produce senso. Perché quel che la moda è, o meglio dovrebbe essere, in grado di fare, è, su tutto, la creazione di mondi possibili (auspicabili come raccapriccianti, il giudizio di valore nel merito di una scelta utopica o distopica non è in causa) che abbiano la maggiore coerenza interna possibile.
In parole povere questo non significa che se, ad esempio, l’ispirazione è l’età vittoriana allora non possono coesistere colletti di pizzo all’uncinetto e glitter. Significa però che se il paradigma della sfilata (fatto di tutta la parte creativa cioè abiti, musica, setting, cartelle stampa, casting e bla bla) è costruito attorno alla coerenza di colletti di pizzo e glitter, non è che all’uscita 37 dopo 36 stivaletti con le ghette può saltare fuori una zeppa super-elevated alla cazzo di cane perché la sfilata di Marc Jacobs a New York della settimana scorsa era piena di zeppe e quindi va bene mandare affanculo a quel paese tutto il mondo che era stato con minuzia costruito solo perché all’ultimo minuto c’è bisogno di un it-item che segua un trend stagionale per far contento il mercato, o i buyer, o più disperatamente per finire con una scarpa e una ciabatta addosso a due blogger che non si vestono allo stesso modo.

È una questione che ha a che fare con le favole, molto prima di arrivare alla moda e alle sfilate.
La bella addormentata nel bosco ci fracassa le palle da 300 anni perché non tradisce le premesse. Lei a 15 anni si sarebbe punta con un fuso e sarebbe morta (facciamo una sfilata vittoriana). A quel punto però una fata buona mitiga l’incantesimo e la fa cadere addormentata per 100 anni e solo il bacio di un principe la potrà risvegliare (ok, possono convivere colletti vittoriani e glitter, la magia). Detto questo però deve arrivare un principe, non ci sono balle. Se la bella addormentata avesse preso un Aulin e si fosse risvegliata fresca come noi comuni mortali la domenica mattina dopo una serata non proprio fiabesca, o se a baciarla fosse stato un commercialista di estrazione proletaria e lei ci si fosse fidanzata andando a convivere (la scarpa con la zeppa super-elevated che non rientra nel paradigma costruito all’inizio), già 299 anni fa i bambini si sarebbero incazzati molto e i genitori avrebbero smesso di raccontare una fiaba così sciatta.

Posto che il tempo di emivita della moda di oggi difficilmente contempla i secoli, il motivo per cui di queste sfilate londinesi (e prima newyorchesi, leggi “Cos’è successo alla NYFW: molto poco, quasi niente >) non rimarrà niente di niente è che sono un tradimento.
Niente di melodrammatico, ma un tradimento delle premesse narrative che avrebbero dovuto invece sostenerla. E che sono la cosa più preziosa che la moda ci possa dare, nonostante il mezzo renda facile la confusione di intenti, perché poi certo se presa singolarmente una camicia oppure un paio di pantaloni ‘rappresentano milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro’ non ci dobbiamo e non ci possiamo dimenticare mai che moda e abbigliamento sono sistemi che vivono con l’obiettivo di saziare due voglie (veniva da dire bisogni, ma ci si sarebbe sentiti sporchi) diverissime. Non diverse come la fame e la sete, diverse proprio come la voglia di fare sesso e il sonno. E nonostante sia vero che il mondo della moda, dati i grandi gruppi che ne tengono le redini sia un circo multimiliardario, se consideriamo solo i capi che sfilano (quelli che VERAMENTE raccontano i mondi) e non i basic e le licenze (quelle cose che VERAMENTE fanno guadagnare un sacco di soldi) ci troviamo di fronte a un circo piuttosto piccolo, e comunque neanche vagamente paragonabile alle cifre che macinano i colossi del fast fashion.

Tornando a noi però la sfilata di Burberry è stata esemplare in questo senso.

Christopher Bailey propone un tema portante, quello del Bloomsbury Group e di Virginia Wolf.

Seguendo il tema dei generi in una sua espressione primigenia, qui coerente con se stesso e con il lavoro che ha fatto da Burberry in tutti questi anni (Off topic, si ricorda con nostalgia la t-shirt del 2007 ‘Do me daily Christopher Bailey’ di House of Holland, tanto per capire cosa significava il nostro uomo, e con lui il brand appena dieci anni fa).
Ma il modo, il racconto, beh il racconto non regge. Non gli possiamo credere, in un susseguirsi di strizzate d’occhio ad altri brand e ad altri stilemi recenti o recentissimi che sono stati scelti solo ed esclusivamente tra i più osannati e i più discussi.

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