PRADA, MODA&CULTURA

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Fondazione Prada: una mostra d'arte contemporanea anticipa gli appuntamenti con le sfilate. Al vernissage tutto il bel mondo milanese.

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MILANO. La Fondazione Prada somiglia ad uno di quei ristoranti esclusivi che sorgono improvvisamente nelle grandi città: all’inizio ci vanno solo i curiosi; poi ci vengono “quelli che contano” e che ne decretano il successo; a ruota arriva la schiera di quelli che seguono “quelli che contano” e alla fine, dopo gli articoli, gli elogi e le profusioni di redazionali giungono tutti gli altri.

Tra alti e bassi, si alternano grandi chef a raffinati palati, immense cantine a piccoli piatti, ruspanti culatelli ad eterei sushi. Un anno tutte le guide rovesciano come valanghe stelle di merito e cucchiai d’argento. Un altro fioriscono le stroncature come la zizzania o la gramigna, evangelici o brianzoli che siano gli illustri critici ad attizzarle.

Ma fanno sempre notizia.

Come le gallerie o le Fondazioni per l’arte moderna.

Che, a detta di alcuni, danno quel non so che di intellettuale alla moda come un paio di occhiali un po’ eccentrici da’ spessore a quelle persone che, di spessore, conoscono soltanto quello delle loro lenti.

Così, puntuali come le sfilate ma in anticipo rispetto agli appuntamenti con l’arte contemporanea a Milano, i coniugi Prada hanno allestito un’altra personale di un artista vivente.

Dopo i ragni della grande Bourgeois o le dirette dal carcere di Laurie Anderson; dopo il neon-realismo soft-porno silmil-Tiziano di Sam Taylor Wood o le Sailor-moon al tempio di Mariko Mori; dopo gli aculei da fachiro di Walter De Maria o i fiori surgelati nel silicone di Marc Queen, ecco arrivare Carsten Holler con “Syncro System”.

Classe 1961, nasce a Bruxelles, vive a Stoccolma ma si professa cittadino del mondo. Turbò e incuriosì il raffinato e criptico mondo dei critici con l’utilizzo all’interno delle sue installazioni di macchine e marchingegni complicatissimi. Qui, alla Fondazione Prada, ne riporta un riassunto laccato e smagliante come una vetrina su di un pubblico meno esigente e più impressionabile. L’obiettivo della mostra, infatti, è quello di provocare dubbi e domande sulla percezione degli spettatori, in particolar modo creare in loro delle allucinazioni.

La giostra comincia con il plastico di uno scivolo. Non ci sono sottotitoli e neanche doppiatori, però il significato è più o meno questo: scivolo uguale strumento che permette di vivere un attimo simile ad una allucinazione. La maggior parte degli spettatori passa oltre ignara della verità sotto l’apparenza, ma soprattutto ignara dello scivolo sotto l’Ufficio della signora Miuccia. Si mormora infatti che sia stato commissionato all’artista uno scivolo titanico in plexiglas e acciaio che collega lo studio personale della techno-bon ton designer al cortile posto sei piani più sotto. Immaginare la signora Miuccia che scivola in un turbinio di voile-plissè stampato a bocche con micro pochette e decollettes cinquanta, è molto più di un’allucinazione.

But anyway –

Arte come esperienza, esperienza come allucinazione, allucinazione come conoscenza: ribaltare, stupire, emozionare e confondere. La seconda sala della Fondazione è una parete riempita di 3552 lampadine che si accendono a intermittenza: occorre guardarle per un attimo e poi chiudere gli occhi per vedere le prime allucinazioni visive prodotte. Nella terza sala, su due sedie si testano le incredibili capacità di due vibratori: appoggiati al tricipite o al bicipite, produrranno l’impressione di ridurre o allungare il naso. Un lungo corridoio completamente buio, poi, conduce all’ultima stanza.

Strisciando incollati ad una passamano e perdendo il controllo visivo si riemerge in un ambiente dove il pavimento è diventato soffitto poiché ciclopici esemplari di Amanite Muscarie (i funghi velenosi rossi e bianchi che si accompagnano sempre ai nani nei giardini e nella testa di Phillipe Statrk) sono appesi al contrario sul soffitto mentre girano vorticosamente su se stessi.

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La mostra è finita ma il vernissage comincia in una sala vicino. Silenziosa e understatement, Miuccia fa il suo ingresso come si addice ad una donna couturier up-to-date, ovvero senza marito imprenditore e senza guardia del corpo. Piccola e minuta, zigomi e naso importanti, è nascosta in un trench tecnologico con collo il cincillà; unico vezzo, oltre ai soliti gioielli di famiglia, un paio di francesine a punta in lucertola con calzino bianco da collegiale dispettosa. Accessori? Nessuno tranne bambino e bambinaia in coordinato simil ’40. Pochi vip ma tanti aspiranti tali in mezzo alle tartine calviniste e alle pareti bianche. Ogni tanto spunta qualche signora che commette l’imperdonabile errore di indossare un outfit della sfilata copiato alla lettera.

Inutile accorgersi che il confronto con Gisele è disarmante. Unica eccezione al Prada-look, ma unica citazione in fatto di allucinazioni, è Inge Feltrinelli che sembra una body-art di Holler: trench arancio fluo bordato con visone (tinto nella stessa nuance shocking) sopra un tailleur giacca pantalone in arancio damascato a motivi floreali. Tacchi a spillo e orecchini lampadario, poi, la fanno sembrare un salone riempito di troppi ospiti. Come dire – le vere signore non seguono la moda ma l’arte.

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