Le cose che ho letto sulle foto di Beyoncé incinta mi hanno fatto schifo

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Ecco perché quelle immagini e le reazioni che hanno suscitano sono importanti.

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‘Sto fatto che a molti le foto di Beyoncé non siano piaciute e che anzi abbiano generato una specie di iperdiffuso piacere dato dalla messa alla berlina della signora Carter e dei suoi pargoli, fuoriusciti o meno dall’utero, a me ha infastidito e non poco.

Che poi Beyoncé è pure una molto amata, diciamo pure venerata. Non se ne parla mai male. Però stavolta pare l’abbia fatta grossa.

Che ha fatto di tanto imperdonabile?

Ecco, credo che in fondo il problema – o almeno il grosso del problema – che la gente ha con quelle foto è che ritraggono una donna incinta in modo non delicato. In modo sfacciato, eccessivo, sfrontato.

Sono foto che violano la cinta retorica che attornia la maternità. Delicatezza, morbidezza, cura, piccole cose. Niente di tutto ciò.

Beyoncé non è una madonnina infilzata coi capelli da fata anoressica e la testina reclinata di lato come nell’atto di cercare uno sguardo benevolo.

Sono una mamma – vogliatemi bene. Sostenetemi, aiutatemi a vivere.

Beyoncé ostenta.

Ostenta corpo, opulenza, carnalità, natura.

È un donna al comando. Una madre al comando.

Ma a una donna, neppure se vive una vita al comando, neppure se è la popstar più famosa e influente del mondo si può permettere di essere fino in fondo come lei desidera.

È meglio, è molto meglio che ella s’attenga alle regole di rappresentazione del femminile. Perché oh, va così: per quanto tu possa essere amata, celebrata, ricca e famosa, in quanto donna quelle regole, per te, non verranno mai meno.

Sei Beyoncé e ok, ma se stai per diventare mamma devi startene buona. Seguire per bene il manuale di istruzioni dell’immaginario maschile. Le cose che una futura mamma può fare e mostrare si sanno, sono messe in scena da secoli.

Non è difficile. Vedi di collaborare e nessuno si farà male.

Se sei incinta non puoi permetterti di giocare in quel modo col tuo corpo mutato dalla vita che ne estende i confini. Non puoi permetterti di essere provocatoria, di essere pacchiana, colorata, smaccatamente autocelebrativa.

La maternità e il suo corpo devono essere raccontati ovvero mostrati nel modo più etereo e innocuo possibile. Una donna incinta è una cosa precisa, una creatura a parte, una modalità specifica dell’essere.

Che volgarità queste pance in copertina, che restino coperte! E se proprio hanno questo bisogno impellente di farsi vedere, per carità, lo facciano con qualche scatto in bianco e nero, col viso abbassato e un pietoso velo – ma sì, facciamo chiffon – a rendere un poco più graziosa quest’oscenità.

La donna, poiché è (s)oggetto essenzialmente sessuale, sessuato agli occhi che contano, ovvero a quelli maschili, quando diventa gravida ovvero non più a disposizione delle mire e delle euforie ormonali dell’uomo deve mostrare questa non disponibilità. La deve sottolineare, esporre, cerchiare tre volte con la matita rossa.

Deve farsi madonna, santa celeste, bianca, lieve, silenziosa, priva di umori e peli e sudore.

Lo sguardo c’è poco da fare: è sempre e solo quello maschile. Il femminile – tutto il femminile – si articola e viene recepito socialmente secondo una serie di modelli e prototipi espliciti ma più spesso sotterranei, sommersi, che sono stati decisi dall’uomo e che si sono accumulati nel corso del tempo. Modelli che in modo diretto o anche molto tortuoso piegano il corpo delle donne ai bisogni – ideali, estetici, narrativi – che non sono innanzitutto quelli delle donne stesse.

Modelli che inevitabilmente determinano anche la propriocezione femminile, il modo in cui le donne pensano a se stesse e si guardano. E anzi spesso sono proprio le donne a custodire con più determinazione questo tipo di retorica censoria e antinarrativa.

Io non sono fan di Beyoncé ma, sia messo agli atti, quelle foto a me sono piaciute. Sono belle e non solo: si sono rivelate anche un ottimo dispositivo per vedere meglio quanto è profonda la palude sessista dalla quale ci scambiano i nostri commenti al vetriolo.

(Jonathan Bazzi)

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