LA RIVOLUZIONE FEMMINILE

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L'innovazione è donna: Leila, Alice deejay, Anjali e le altre.

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Nuove generazioni. Nella musica poprock sono state poche le donne che hanno avuto un riconoscimento come musicista e non solo come interprete e lo stesso si può dire fino ad oggi nel mondo dei dj intesi come nuovi musicisti. La rivoluzione house ha avvicinato numerosi giovani alla musica: come accadeva nel primo punk, non è più necessario sapere suonare uno strumento per comporre musica ma lo si può fare abbracciando sintetizzatori, drum machines e mixing desk. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, in un mondo prettamente maschile sono spuntate piano piano figure femminili che oggi propongono musica innovativa figlia di Kraftwerk ma anche della new wave anni ottanta. Se nei clubs si sono affermate dj donne come Mrs.Woods e Princess Julia che abbandonato il punk si sono date alla techno delle discoteche gay, il mondo discografico ci ha recentemente proposto donne che chiamarle solo dj sarebbe poco. Tra queste Leila, Alice deejay, Alison Goldfrapp, Beth Orton, Anjali e Cheyne dei Madison Avenue.

Leila è di origini iraniane ma più propriamente fa parte delle nuove generazioni nate e cresciute nei sobborghi londinesi. Già collaboratrice e grande amica di Aphex Twin nonchè tastierista di Bjork, propone adesso il suo secondo cd "Courtesy of choice"; composizioni scure e inquietanti che evocano paesaggi urbani fumosi e depressi; atmosfere malate, voci straziate femminili e maschili, dub revisitato in chiave elettronica, tempeste percussive e sinfonie apocalittiche. Non è musica di facile ascolto perchè evocativa nel suo intento e nella sua forma, Leila Arab affascina l’ascoltatore con il chiaro intento di fare musica ripescando nelle proprie esperienze uditive ed elevando questa a valore assoluto. Il suo messaggio è chiaro, bisogna avere il coraggio di fare quello che vuoi (Brave) e non fare quello che non vuoi i.e. lavorare (Work).

Alice deejay è la controparte a questo fare musica, i suoi sono pezzi nati per essere suonati al culmine di serate exstatiche, sono anthems per più generazioni riunite sotto un unico tetto, semplici composizioni techno-pop che agiscono sulla mente e il fisico facendo da complementare carburante agli eccessi chimici. Le voci sono ridotte a campionamenti che si confondono con il minimalismo banale dello stesso beat ripetuto ad oltranza. Non c’è messaggio esplicito o diretto ma è ritmo stravolto che entra sotto la pelle e ti trasporta verso corpi sudati e verso una catarsi di massa.

Alison Goldfrapp dopo avere rotto con il suo curriculum di vocalist ricercatissima (collaborazioni eccellenti con Orbital e Tricky) rinasce accompagnata dal compositore Will Gregory con un album di pura bellezza, "Felt mountain". E’ il suo disco, quello che voleva fare, la sua espressione che mescola elementi diversi, sonori e visuali; solide strutture sofisticate e gelide. Una voce che evoca Lisa Gerrard dei Dead Can Dance e si intreccia a sinfonie e arrangiamenti alla Ennio Morricone, insomma atmosfere da film che fanno sognare ma che rappresentano anche il limite di un disco dove alla fine mancano le canzoni vere e proprie. Sono quelli che avranno più successo e cavalcheranno la scia di Moby in quanto i loro pezzi hanno iniziato ad usarli per le pubblicità più diverse (in Italia per lo spot di Alitalia) e quelli che uscendo da un certo ambiente underground dovranno fare i conti con il pubblico live. Bravi certo ma di Portished ne nascono pochi e forse manca la classe enigmatica dell’altra chanteuse di Bristol, Beth Gibbons.

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Beth Orton è quella che sperimenta di meno ma propone un eccellente folk calibrato su nuovi suoni e soprattutto influenzato da William Orbit che lascia il segno nell’ album "Central reservation". Anche lei è una ex vocalist (Chemical Brothers, Red Snapper) ma a differenza di tante altre ha un tono immediatamente riconoscibile che a tratti ricorda la Suzanne Vega più metropolitana; sono vere e proprie canzoni destinate a rimanere per sempre, canzoni che parlano di amore e fanno della semplicità il filo conduttore senza però dimenticare una certa malinconia generazionale.

Anjali rappresenta invece il cambiamento più radicale, da ex riot-girl (ricordate le prime Hole e Bikini kill) approda ad un rarefatto lounge fatto di atmosfere sixties e sitar che si insinuano su rotondi giri di basso. Suoni indiani che si confondono a dolci richiami retrò e una voce eterea che si amalgama agli strumenti musicali per coccolare e sussurrare immagini rubate alla iconografia new age.

Per concludere non si può trascurare la voce del tormentone dell’estate 2000, Chayne dei Madison Avenue che forse non ha molti punti in comune con le artiste citate ma sicuramente è la più simpatica visto il suo quasi coming out sulle pagine di un recente numero di "Boyz". Una voce mediocre sfruttata al minimo per pezzi di pura dance easy-listening "Don’t call me babe"; pezzi destinati a fare da martello pneumatico a tutte le ore del giorno, capaci di coinvolgere con la propria apprezzabile banalità tutti i tipi di utenti musicali possibili ma attenzione perchè dietro a questo c’è una seria producer che andrà a concorrere direttamente con mostri massmedianici come Britney Spears e Kylie Minogue.

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