Cosa fu Pete Burns per noi che eravamo teenager

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Pete Burns incarnava il tipo di ribellione che molti di noi covavano sotto la pelle ogni giorno ma non avevano il coraggio di vivere.

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Per comprendere Pete Burns e perché ogni gay che abbia più di 40 anni ne ricorda le sembianze senza magari associarci un nome,  bisogna fare un salto con la macchina del tempo al 1985 e sapere quali erano le condizioni di vita di milioni di persone adolescenti etero, gay o bisex. Immaginate un mondo senza cellulari, senza internet, dove le notizie viaggiano attraverso pochi canali televisivi e migliaia di interviste su riviste stampate. Immaginate di essere gay e non avere nessuno a cui dirlo, soprattutto a scuola dove la pressione psicologica dei compagni di classe era spesso insopportabile, tra aspettative e scherzi crudeli ai danni di chi veniva percepito diverso o più fragile. Per non parlare della famiglia. La parrocchia, forse? Ma per favore.

E poi la domenica pomeriggio tutto cambia. Compaiono attraverso i programmi televisivi (Deejay Television e Videomusic) i video musicali e le interviste di pochi, incredibili personaggi che raccontano di un mondo possibile al di là della Manica. Un mondo fatto di musica, di look, di libertà di essere.
Non è possibile capire la loro portata emotiva senza comprendere il concetto, ormai superato, di trasgressione. La trasgressione era, per gli Anni 80, quello che fu la liberazione sessuale nel ’68. È stato il modo con il quale si superavano definitivamente i canoni estetici e ideologici degli Anni 70 e si poneva l’individuo e la sua libertà al centro di tutto. Era il prodotto di rifiuto dell’edonismo di Reagan e la Thatcher, in quanto i trasgressivi rifiutavano di essere assimilati agli stereotipi borghesi del bravo ragazzo.
Loro erano diversi e non facevano nulla per nasconderlo. Per loro intendo Boy George e Pete Burns, lo ying e lo yang del mondo dei transex (che all’epoca erano volgarmente definiti “traveste”). Tanto era solare, esteticamente bello, innocente e piacione il primo, tanto era aggressivo, sensuale nel vero senso della parola e, incredibile a dirsi, mascolino il secondo.
E non è che ci fossero tutti questi personaggi disposti a dichiararsi gay o a farlo capire. Oltre a loro due, Jimmy Somerville dei Bronsky Beat e Robert Smith dei The Cure. E Freddie. A seguire, i Frankie Goes to Hollywood. Al di là dell’oceano, Sylvester e i Village People. Persino Elton all’epoca giocava al vedo non vedo piuttosto che dichiararsi apertamente mentre Bowie, beh Bowie viveva in un mondo tutto suo come Ziggy.
Erano solo loro. EPete incarnava proprio il tipo di ribellione che molti di noi covavano sotto la pelle ogni giorno ma non avevano il coraggio di vivere. Appariva diverso e ne era fiero. Non erano i suoi meriti musicali, era la sua immagine a rimanere impressa. Le sue interviste di orgoglio assoluto per quello che era. Era persino sposato Pete, con una donna. Un impegno che addosso a lui sembrava ancora più trasgressivo, quando doveva essere invece la normalità.
Nel 1985 quando uscì You Spin Me Round in Italia era estate. Il sound era quello dei produttori dell’epoca, quei Stock, Aitken & Waterman che hanno fatto cantare e ballare una generazione (da Kylie Minogue a Rick Astely, passando per Samantha Fox e persino Donna Summer) e credo che non ci sia stato un locale che non l’abbia suonata almeno una volta. La liberazione di milioni di adolescenti è passata attraverso le piste da ballo, con la musica dei loro idoli.

Ciao Pete, come dice un mio amico su Facebook li farai sudare tutti all’inferno mentre ballano sui tacchi a spillo. You spin me round.

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