Dire “ci siamo conosciuti su Grindr” è ancora un problema?

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Lo stigma delle coppie nate sulle dating app: avete mai mentito su come è iniziata una vostra relazione?

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Vi siete mai sentiti in imbarazzo a raccontare ai vostri amici che il ragazzo di cui vi siete innamorati, per cui avete solo tenerezza e premure, l’avete conosciuto su Grindr? O al contrario quante volte avete scommesso sul naufragio di una relazione perché nata sulle app?

Da tempo parte della vita LGBT, negli ultimi anni le dating app si sono moltiplicate per target, obiettivi e varianti di ogni genere. Con l’arrivo di Tinder e il suo botto da 50 milioni di iscritti, la caccia a un partner occasionale o una relazione dallo smartphone ha fatto definitivamente breccia anche nei cuori e nelle mutande degli eterosessuali.

Eppure, nonostante questa diffusione globale, sia tra gli etero che tra i gay vige una tacita diffidenza verso le relazioni partite proprio da queste app. Non fatevi venire strane idee, servono per fare sesso e basta. Un meccanismo di autoprotezione? Un’aspettativa legata ad una superficialità intrinseca dell’ambiente digitale? O del semplice realismo? Ad essere sminuite in particolare sarebbero quelle che nascono da applicazioni basate sulla localizzazione: se guardi chi c’è intorno a te vuoi solo fare sesso. Un’idea che si rafforza o che prende spunto, difficile stabilirlo, nei comportamenti degli utenti.

Se, come afferma Buzzfeed, la percentuale di uomini che dichiara di aver trovato un compagno su Grindr è pari ad un abissale 0,1%, perché sì, primariamente sono app per del sano sesso occasionale! Come è possibile che anche la comunità LGBT riproduca degli stereotipi nel giudicare la condotta sessuale e relazionale delle coppie?

Stiamo bullizzando le coppie nate sulle dating app? Forse, e sarebbe solo l’ultimo stigma che siamo malauguratamente riusciti a riprodurre in quella sporca dozzina: Grindr, Hornet, Tinder, Growlr, Scruff, Jack’d, Romeo e gli altri.

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