Dal Vangelo secondo lo Stato

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La Vita ha ragioni che lo Stato non conosce.

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La Corte d’appello di Torino ha confermato lo stato di adottabilità della piccola Viola, nata nel 2010 dall’amore di Luigi e Gabriella che all’epoca avevano reciprocamente 69 e 57 anni. Troppo vecchi in un paese in cui, come confermato dalla Cassazione, “non è previsto un limite d’eta per diventare genitori”.

Tutto è partito da una presunta vicenda di abbandono finita in un nulla di fatto: 7 minuti lasciata sola in macchina mentre la madre e il padre scaricavano la spesa e scaldavano il biberon, hanno fornito il pretesto per una denuncia per abbandono di minore poi dimostratasi infondata. La bambina, nel frattempo, è stata affidata a una nuova famiglia e oggi, la Corte d’Appello, chiamata a pronunciarsi sull’adottabilità della piccola, pur riconoscendo che la madre e il padre non hanno fatto nulla di male, si rifiuta di restituire loro la figlia perché ormai sono passati sette anni e per lei si tratterebbe di un trauma.
Lo Stato dà, lo Stato toglie
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Tutta la vicenda si muove su rapporti di tempo: 7 anni sono un tempo burocratico “infinito”, troppo lungo per poter tornare indietro, perché lo Stato riconosca il proprio errore e vi ponga rimedio. Ma il tempo non è sempre infinito, non lo è per una donna condannata alla caducità della propria condizione e al pregiudizio. Finito il suo tempo per poter coincidere con lo stereotipo di feconda venere generatrice, finito il tempo in cui le è consentito essere madre. Perché diciamo la verità: siamo troppo abituati a vedere padri brizzolati per poter credere che l’età di un uomo sia un problema. Ma una donna no. Lo Stato e i suoi pregiudizi, i vicini invidiosi e una comunità benpensante, a 57 anni, non l’hanno ritenuta più all’altezza di ciò che la vita le ha permesso ancora di essere: madre.
Lo Scienza dà, lo Stato toglie.

La Famiglia naturale, quella stessa famiglia naturale usata come baluardo dallo Stato per combattere le proprie battaglie ideologiche, non è infallibile. E allora lo Stato vi pone rimedio, corregge i suoi errori. Lo Stato, ieri, ha deciso per noi fino a che età è dignitoso diventare madre e padre, fino a quando possiamo considerarci sufficientemente giovani da poterci permettere il lusso di una vita che risponda alle aspirazioni a cui il nostro fisico e la nostra lucidità mentale ci spingono ad ambire.

Lo Stato decreta il perimetro entro cui è dignitoso e giusto (perciò desiderabile) essere una famiglia: non lo è per due uomini, seppure sentano nella profondità del loro animo di voler donare amore a una creatura, rispondendo perciò alla Propria Natura, e non lo è neppure per una coppia di 57 e 69 anni che ha avuto la fortuna di diventare una famiglia dopo più di venti anni di tentativi. Lo Stato, che si riempie la bocca con la sacralità dell’istituzione familiare, giudica la natura delle famiglie e le condanna al dolore.
Lo Stato ha ragioni, che la Natura non conosce
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Ma lo Stato non si ferma, ha sempre la Giustizia in bocca: sa come è giusto vivere, ma sa soprattutto quando è giusto morire, o meglio, quando è contro Natura farlo. Lo Stato, che volta le spalle a decine di suoi cittadini che vorrebbero una morte dignitosa, ha la presunzione di sapere se sia giusto porre fine alla sofferenza di un’esistenza. Lo Stato, che condanna come innaturale e immorale l’eutanasia, non solo ci dice come vivere, ma ci obbliga a farlo. Lo Vita ha ragioni che lo Stato non conosce.

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Lo Stato, padre e padrone, nel suo delirio di onnipotenza, nel suo invasivo e maldestro tentativo di manipolazione, di maneggiare ragioni secondo il proprio interesse contro la vita e non per la vita, contro il cambiamento e per la conservazione dello stato delle cose, ha ancora una volta sancito il suo Verbo: anche la felicità può essere contro Natura.

 

 

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