Federica Bosco: “Ho smesso di fallire quando ho imparato a chiedere scusa”

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La scrittrice più amata dal pubblico gay torna in libreria con Ci vediamo un giorno di questi e racconta, in esclusiva, i retroscena della sua ultima fatica letteraria.

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Federica Bosco, scrittrice da un milione di copie vendute, sceneggiatrice, esperta di cuori infranti e non, ed appassionata di vite e sentimenti, torna in libreria con Ci vediamo un giorno di questi.

Questa volta, però, dopo sedici libri, tra romanzi e manuali self-help, la scrittrice amata dal pubblico gay cambia registro: “Questa è una storia di amicizia profondissima che, nonostante tutto (e tutti) resiste agli urti del tempo e della vita, fra risate e litigi, sbagli e rimorsi, amori sbagliati al momento giusto e giusti al momento sbagliato, adolescenti irrequieti, viaggi che non ti aspetti e, ad incorniciare il tutto, la vita che va sempre dove decide lei, nonostante noi”.

Ci vediamo un giorno di questi è un romanzo all’insegna dell’amicizia. Quanto c’è di tuo questa volta?

Sempre troppo, anche se ogni volta vorrei farmi un po’ più da parte. Ho avuto bisogno di raccontare una storia di amicizia potente per tentare di fare pace con un lutto personale di cui non mi sono fatta una ragione. Se mi chiedi se ci sono riuscita la risposta è no, ma è stato talmente doloroso e immediato perdere questo amico carissimo senza salutarlo che ho avuto il bisogno viscerale di raccontare una storia che finisse diversamente, una misera consolazione per me che, per il resto dei miei giorni, mi sentirò un’amica fallita. Così ho cominciato a realizzare chi fossero le persone veramente importanti per me, quelle che ci sono state dall’inizio e che, nonostante gli scossoni non se ne sono mai andate, quelle che mi amano per quella che sono veramente con più difetti che pregi, e ho deciso di esserci, di non distrarmi più, di non lasciare passare un giorno dicendo “la chiamo domani” perché potrebbe non esserci un domani. E da quel momento ho deciso di cercare di andare a letto la sera con la consapevolezza di aver ‘sistemato’ tutti i miei affetti e che tutti quelli che amo siano in pace con me.

Parli anche dell’importanza del non vivere nel rancore, e mi resta difficile non chiederti da dove nasce questo suggerimento…

Quando siamo convinti di avere ragione, quel punto in più diventa una questione di principio, per cui non siamo disposti a cedere nemmeno sotto tortura. Puntualmente ci chiudiamo nelle roccaforti delle nostre certezze, altezzosi, rigidi fino a quando non ci ricordiamo nemmeno più del perché abbiamo litigato. Fare un passo verso l’altro, chiedere davvero scusa, chiedere spiegazioni, è qualcosa che bisognerebbe sempre fare, invece in molte occasioni io non l’ho fatto perché l’orgoglio prevaleva sul buon senso. Credo che ci si arrivi con la maturità. Avrei voluto arrivarci prima.

Torniamo al romanzo. Nella vita reale chi vince? I coraggiosi e temerari come Caterina, o quelli che sanno accontentarsi come Ludovica?

Bisognerebbe essere coraggiosi e temerari, ma anche sapersi accontentare: cioè trovare la pace e il bello in tutto ciò che facciamo e considerare che forse, se certi desideri non sono stati esauditi, è una fortuna, parafrasando Santa Teresa D’Avila. Di fatto, siamo tutti o in un modo o in un altro, perché la propria natura è difficile da domare. Da giovani siamo tutti proiettati verso il futuro e i progetti, poi arriva un momento in cui i discorsi tendono a cominciare sempre di più con un ‘ma ti ricordi’ che segna un po’ l’arrivo sulla cima della collina da cui riesci a prevedere a grandi linee come sarà il resto della tua vita considerata l’esperienza, ma vedi anche quanta strada ti sei lasciato dietro. Poi si fanno i conti con il tempo e i rimorsi, le scelte sbagliate, i rimpianti, dimenticandoci però le soddisfazioni, i successi, le gioie e i traguardi. Spesso tendiamo a non renderci conto di quante cose belle e importanti abbiamo fatto, anche solo per il fatto di essere arrivati fino qui nonostante le numerose difficoltà e questo fa di noi degli esseri umani degni. Quindi, alla fine, siamo tutti vincitori.

Il libro esorta a realizzare i propri sogni senza aver paura di fallire. E se si dovesse fallire?

Un fallimento non è altro che un risultato diverso da quello che ci eravamo prefissi, che può anche aprirci nuove porte, come il famoso aforisma di Edison circa l’invenzione della lampadina: non ho fallito, ho solamente provato 10.000 metodi che non hanno funzionato. Se vuoi fare il cantante e di fatto non hai una bella voce, ma ti fossilizzi sul fatto che vuoi a tutti i costi sfondare quando magari sei capace di scrivere dei pezzi bellissimi, e potresti essere un brillantissimo autore, ti stai votando alla frustrazione. A volte bisogna fare un passo indietro e guardare la ‘big picture’, ovvero l’immagine d’insieme e darsi la possibilità di provare strade diverse che ci possono dare grandissime soddisfazioni con uno sforzo quasi trascurabile.

Tu ci hai mai provato?

A fallire? Moltissime volte, non essere mai ‘brava abbastanza’, è stato un po’ il leitmotiv della mia vita, complice anche un retaggio culturale non propriamente “Montessoriano” dove dare del deficiente ai figli, era considerato il migliore modo per spronarli a fare meglio. Ho cominciato a scrivere a 31 anni, dopo aver provato ogni tipo di carriera immaginabile in Italia e all’estero senza sentirmi mai neanche vagamente adeguata, anche quando le cose mi riuscivano bene. A un certo punto mi sono semplicemente rassegnata a sentirmi diversa, sbagliata e completamente sfasata rispetto agli altri che vedevo così ben inquadrati, così giusti sotto tutti gli aspetti.  Essendo cresciuta in una famiglia dove si sognava il “posto fisso”, una carriera come quella che ho poi costruito non l’avevo nemmeno lontanamente  presa in considerazione. È successo proprio quando ho rinunciato a cercare di andare bene, essere una brava figlia, e andare bene agli altri o anche cercare di essere come gli altri, ed è stato lì, nel buio totale, che ho scoperto la vena della scrittura, che è stata la mia salvezza.

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