La Figliata dei Femminielli, il rito raccontato in Napoli Velata di Ozpetek

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Il thriller con Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi è in uscita il 28 dicembre.

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È un rito arcaico, magico, che ha similitudini con una pratica degli aborigeni del Borneo: è la “Figliata dei Femminielli”.

La “Figliata dei Femminielli” richiama il mito platonico dell’androgino ed è stato descritto nel romanzo La pelle di Curzio Malaparte, portato al cinema nel 1981 da Liliana Cavani e ora lo ritroviamo nella dodicesima pellicola di Ferzan Ozpetek.

Consiste nel simulare le doglie del parto da parte di un femminiello sdraiato su un letto attraverso una particolare gestualità mimata, mentre gli astanti eseguono una lamentazione rituale secondo le tecniche del “taluorno” e del “trivolo battuto”, ossia una nenia ritmica tipica della veglia funebre in cui il capo oscilla ritmicamente avanti e indietro e le guance vengono colpite con le mani. La scena è coperta solitamente da un velo, in quanto, secondo la tradizione, “è più importante sentire che vedere”.

Il finto neonato è solitamente un bambolotto oppure un fallo finto sproporzionatamente grande la cui nascita “misterica” viene poi festeggiata con babà e vermouth.

La Figliata dei Femminielli si riallaccia al culto magnogreco della Grande Madre Cibele, al cui servizio erano ammessi coloro che si fossero evirati per emulazione del dio Attis il bello, grande amore di Cibele.

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Ferzan Ozpetek in mezzo ai due protagonisti del film, Alessandro Borghi e Giovanna Mezzogiorno.

Questo rito antropologico viene mostrato nell’atteso mystery Napoli Velata di Ferzan Ozpetek, in uscita nelle sale italiane il 28 dicembre grazie a Warner Bros. Nella scena iniziale, quando si conoscono i protagonisti interpretati da Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi, prima di passare una torrida notte di passione insieme, insieme ad altri spettatori assistono proprio a una Figliata dei Femminielli.

“La decisione di girare a Napoli è stata anche per la Figliata – ha spiegato a Webnotte il regista Ferzan OzpetekQuattro anni fa stavo facendo la Traviata a Napoli. Un mio amico mi ha portato in giro per la città, mi raccontava dove Carlo III era sceso da cavallo, la Storia mischiata alle credenze. Mi ha poi invitato a casa sua dove c’era la Figliata. Lì ho capito cos’è il mistero della città, l’ambiguità delle cose. A un certo punto un personaggio, anche inquietante, ha portato un velo e ha detto: “Adesso dovete intravedere e sentire”. Ma chi mette in atto la Figliata la fa sua, ogni Figliata è diversa”.

Esiste anche una versione etero della Figliata, la cosiddetta “covata”, diffusa nella tradizione contadina, in cui il marito mima le doglie del parto quando la moglie realmente incinta inizia il travaglio, accompagnandola con pianti e grida.

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