Hugh Hefner: il fondatore di Playboy alleato della comunità LGBT?

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Campione del machismo e tra i massimi colpevoli dell'oggettivizzazione della donna, eppure nella storia di Hefner e del suo magazine c'è più di un'attenzione alla comunità LGBT.

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Come l’uomo che più di altri ha plasmato l’immaginario del maschio eterosessuale del secondo dopoguerra a colpi di sexy conigliette viene ricordato come un pioniere dei diritti LGBT.

La morte di Hugh Hefner, il fondatore di Playboy, è stata salutata come la dipartita di un protagonista della cultura postmoderna, a cui appuntare dei meriti per la rivoluzione sessuale che sul finire degli anni sessanta ha liberato (alcuni) corpi e (alcuni) costumi.

Una celebrazione pressoché univoca sui media, che d’altra parte hanno pescato a piene mani dal club del patriarcato patinato creato da Hefner, dove il corpo della donna, in primis quello del celebre paginone centrale, serviva esclusivamente da sollazzo per i lettori tra un pezzo e l’altro.

Donald Trump a una festa di Playboy tra Victoria Silvestedt e la moglie Melania.
Donald Trump a una festa di Playboy tra Victoria Silvestedt e la moglie Melania.

Voci storiche della comunità LGBT come la Glaad, Gay lesbian alliance against defamation, si sono unite a molte donne per un ricordo decisamente più critico del fondatore di Playboy: “È allarmante che Hefner venga dipinto come un pioniere o un attivista per la giustizia sociale. Perché niente è più lontano dalla realtà – scrive la presidente della Glaad, Sarah Kate Ellis Hefner non era un visionario, era un misogino. Ha costruito un impero sessualizzando le donne e diffondendo stereotipi che hanno causato danni irreparabili ai diritti delle donne e tutta la nostra cultura”.

Eppure c’è chi, ripercorrendo la storia patinata del celebre magazine per soli uomini e del suo fondatore, vede una serie di ragioni che fanno di Hefner un alfiere dei diritti LGBT, fin da tempi non sospetti. 

Nel 1953, anno di lancio della rivista, con l’omosessualità ancora illegale negli Stati Uniti, Hefner decise di pubblicare “L’uomo corrotto”. Un racconto breve già rifiutato da un altro magazine, l’Esquire, perché raccontava un mondo in cui gli eterosessuali erano la minoranza ed erano perciò vessati dalla maggioranza omosessuale. Una scelta che fece scandalo tra i lettori, a cui Hefner rispose creando ancora più clamore: “Se è sbagliato perseguitare gli eterosessuali in una società omosessuale, allora deve essere sbagliato anche l’opposto”.

Trent’anni dopo, negli anni ’80, quando l’Aids era semplicemente “il cancro dei gay”, Hefner fece di Playboy uno dei magazine impegnati in una campagna di informazione sul sesso sicuro per contrastare il diffondersi dell’Hiv.

Hugh Hefner a Cannes per i suoi 80 anni.
Hugh Hefner a Cannes per i suoi 80 anni.

Anche in età avanzata Hefner non ha mancato di alzare l’asticella della libertà sessuale, schierandosi pubblicamente a favore del matrimonio egualitario fin dal 2009, quando il neopresidente Barack Obama era ancora cauto sul tema: “L’idea che il matrimonio possa essere disonorato dalle nozze tra persone dello stesso è ridicola. Gli eterosessuali stessi non hanno fatto poi così tanto onore al matrimonio”. 

Può bastare tutto questo per fare del defunto fondatore di Playboy, uno dei capisaldi del machismo edonista e dell’oggettivizzazione della donna, un paladino della comunità LGBT?

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