La storia vera del soldato che negli anni Venti si vestiva da donna nel film Nos Années Folles

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Poteva osare di più il dramma biografico sulla vita di Paul Grappe, nonostante un convincente Pierre Deladonchamps.

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La storia è vera, incredibile e curiosamente pre-gender: Paul Grappe (1891-1928) fu un soldato esemplare dell’esercito francese fino al 1915, quando decise di disertare assumendo l’identità anagraficamente immaginaria ma fisicamente femminile di tale Suzanne Landgard con la complicità della moglie Louise Landy per evitare di andare al fronte allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

La vicenda fu scovata in un dossier sulle brigate criminali dallo storico Fabrice Virgili, autore insieme a Danièle Voldman del saggio La Garçonne et l’Assassin pubblicato nel 2011. Anche la celebre fumettista Chloé Cruchaudet s’ispirò a Paul Grappe per la sua graphic novel Mauvais Genre.

Il prolifico André Téchiné ne ha tratto un film da dibattito, Nos Années Folles (I nostri anni folli), che abbiamo visto in Francia e non ci risulta abbia ancora una distribuzione italiana. Ci immaginavamo in realtà, visto anche il titolo, qualcosa di meno ingessato e accademico: si tratta sicuramente di un Téchiné minore – il maestro francese è sublime nel raccontare i palpiti adolescenziali, meno quando si avventura nel mondo adulto – ma ha diversi motivi d’interesse: innanzitutto il protagonista Pierre Deladonchamps nuovamente in un ruolo queer dopo la rivelazione de Lo sconosciuto del lago, credibile nella sua trasformazione gender anche se un po’ precipitosa e accettata tacitamente dalla moglie sarta senza un’adeguata giustificazione psicologica (la interpreta una trattenuta – anche troppo – Céline Sallette).

Paul si nasconde di giorno nella cantina celata da una porta nascosta dietro una credenza e di sera assume le fattezze di Suzanne con tanto di parrucca e monili per prostituirsi nel parco parigino del Bois de Vincennes. Vivrà questa vita per dieci anni, fino all’amnistia del 1925, dopo la quale Paul decide riassumere l’identità maschile, con conseguenze traumatiche. La vita di Grappe viene raccontata alternando scene cinematografiche alla rappresentazione teatrale recitata da lui medesimo – dopo l’amnistia Grappe si diede al teatro – con un effetto vagamente straniante. Su tutto aleggia però una patina vintage che lo fa sembrare un po’ datato e persino la scena dell’ammucchiata bisex nella villa del nobile di cui s’invaghisce Louise (lo interpreta l’emergente Grégoire Leprince-Ringuet) ha una sua stilizzazione piuttosto devitalizzante nonostante alcune sofisticate coreografie ispirate a Pina Bausch.

È come se Téchiné temesse la dirompente carica camp di un tale soggetto ma a furia di limare ogni eccesso e scarnificare il potenziale queer per approfondire le dinamiche della coppia etero, il risultato è alla fin fine un po’ esangue. Restano i gesti precisi dell’interpretazione di Deladonchamps che sfrutta a dovere quella dolce delicatezza della sua espressività morbida già rodata ne Lo sconosciuto del lago sottoponendosi persino a lunghe sedute di elettrolisi per la depilazione di braccia e gambe.

Manca certo la fastosità formale in stile Danish Girl – Deladonchamps en travesti assomiglia fra l’altro curiosamente alla Lili Elbe di Eddie Redmayne – e siamo più dalle parti dei travestimenti quieti di Les nuits d’été. Insomma, ci voleva probabilmente un tocco di follia in più come prometteva il titolo, quel guizzo che poteva proiettare Paul Grappe, per lo meno la sua versione cinematografica, tra i veri pionieri della rivoluzione gender. Qui c’è troppa illustrazione, e lo stile classicista cozza con la vicenda decisamente flamboyante.

 

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