Gucci: Amore Disperato

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Il problema con Alessandro Michele è questo: la si deve prendere in piccolo o in grande? È una cosa micro o è una cosa macro?

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Ci risiamo: è uscita la nuova campagna di Gucci per la SS17 e il mondo si è fermato.
Stop.
Mica vero.
Riproviamo.
È uscita la nuova campagna di Gucci per la SS17 e il mondo ha continuato a girare su sé stesso e intorno al sole, e tutti si sono svegliati e sono andati comunque a lavorare, e così sono continuate le guerre e le altre immonde oscenità che abitano questo nostro striminzito pianeta, ma almeno è sbocciato un fiore.
Così suona già meglio.
Tanta fanfara per niente.
Ma il problema con Alessandro Michele è questo: la si deve prendere in piccolo o in grande? È una cosa micro o è una cosa macro?
La questione sembra attanagliare anche i più cinici. Quelli che all’inizio della rivoluzione si barricavano in casa, la sapevano più lunga, aspettavano passasse. Borbottando tra sé e sé di guadagni impossibili, dell’arte che non porta il pane in tavola, della frivolezza ingenua.

Poi si sono visti i dati di vendita, sono arrivati pure i soldi e non c’erano davvero più scuse.
Che cos’è veramente questo mostro, che cambia sempre senza cambiare mai, che sembra aver rotto i coglioni subito, come un dolce con troppa vaniglia, e poi però sa essere sempre uguale ma sempre diverso?

Non si hanno qui purtroppo risposte esaustive.

Si potrebbe usare il canale della ‘difficile interpretazione‘ per passare dalla lettura del brand alla lettura della campagna SS17. Ma preferisco saltare di palo in frasca.

Art Direction dello stesso Michele con la regia di Glen Luchford (che tanto diede anche a Prada), la creatura è una serie di istantanee bizzarre ma non surreali, pretenziose ma non antipatiche.

Roma che è tanto sfondo quanto protagonista. Un leone, una tigre e una giraffa. La fontana di Trevi e il Parco degli Acquedotti. E Nada Malanima in arte Nada, santa protettrice di questa assurda sproporzione, che canta Amore Disperato.

Già dalla lista degli ingredienti sembra una partita persa, come giocare a Scarabeo senza le vocali.
Poi invece lo guardi ed è una bomba atomica.
E allora ti viene da chiederti come cazzo fa uno nel 2016 a mettere insieme un leone, una tigre e dei modelli che fanno il bagno nella fontana di Trevi in una campagna e non uscirne massacrato.

Dopo la centoventesima visione mi è venuta un’idea: quella sensazione di coolness tanto estrema eppure friccicarella che per comodità definiremo ‘effetto Gucci’ viene da un sistematico approccio estetico e comportamentale.
Cioè preparare un mondo di possibilità esagerate e poi mantenerlo al minimo.
Come una Ferrari a passo d’uomo. Come la Filarmonica di Berlino che suona Fra Martino campanaro. Come ordinare una pasta al burro da Massimo Bottura.
È questo effetto stonato e esausto. Questo elogio delle occasioni perdute, con le tigri che non ruggiscono e i leoni che non azzannano.

Come camminare spensierati su un filo teso sul baratro della cafonata.

Forse è uno speciale senso di Alessandro per la misura, dove agli anni 80 ruggenti della tigre rispondono gli anni 80 da tinello di Nada. Agli occhiali coperti di strass rispondono i bordi della pellicola bruciacchiati e sovraesposti tipo Super8.
Gucci dichiara un omaggio a Mario Schifano e Laura Betti e Cy Twombly, e se lo dicono loro chi siamo noi per metterlo in dubbio.
Ma l’impressione, coerente poi con l’altra campagna, quella di Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino con la corsa dentro l’Europa-Center, è più quella di una generazione che ha scollinato senza imparare niente.

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Ci si immagina l’estate del 1983, e ovunque spopola Amore Disperato di Nada, che dal Festivalbar ha invaso le radio e le piste da ballo, che chiusa la parentesi degli anni di piombo iniziano ad affollarsi di edonismo ruggente e nuove speranze.

I nostri eroi sono favolosi tossici sopravvissuti al decennio precedente, alla lotta armata e agli idealismi, alla disco e all’avanguardia. Senza sopracciglia e senza denti, sono magnifici perdenti a cui sono rimasti solo Roma e un guardaroba pazzesco quanto fuori moda. Tentano di addomesticare il presente. E anche loro camminano sul filo.

 

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