CONTAGIAMOCI DI BONTÀ

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Almeno a Natale ricordiamoci di chi è meno fortunato. E siamo un po’ più generosi. Ognuno a modo proprio.

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“È Natale: siamo tutti più buoni”, così cominciava in genere la traccia del temino delle elementari. Erano gli anni 70: un baldo eterosessuale era stato fatto da poco Papa, un altro cantava, tra lustrini e paillettes, che avrebbe fatto volentieri il triangolo, bande di estremisti rossi e neri avevano riversato sul paese una coltre umidiccia di terrore e la Russia si chiamava ancora Unione Sovietica. Eppure la mia maestra, impeccabile signorina dall’età indefinita, ci assegnava temini sul Natale.
Eravamo bambini e i nostri ricordi di quegli anni dovevano essere positivi, improntati a una società che non esisteva, quasi a non volerci rovinare la sorpresa. Per questo, quando ripenso a quel periodo, sono preda di pensieri sdolcinati, come le canzoni italiane dell’epoca (eccezion fatta per Il triangolo – ma si sa che i maschioni sono cacciatori…) e mi viene voglia di provare ad essere buono, per quanto il senso di questo aggettivo adesso mi sia meno chiaro di quanto non fosse una trentina di anni fa.
Qualche volta, per esempio, vedo in un locale un tipo privo di qualunque attrattiva e mi dico: «Questo, se non me lo faccio io, chi se lo piglia?». Credetemi, non è superbia o eccesso di autostima, ma semplice constatazione dei fatti, come certe forme di beneficenza televisiva. Ognuno dà quello che può e, non avendo la minima intenzione di destinare nulla alla Chiesa cattolica, io cerco di riservare per chi ne ha più bisogno un mio personale otto per mille, percentuale di cui ignoro l’ideatore ma che mi sembra decisamente onesta.
Invece, da più parti mi sento rimproverare: «Non è giusto per loro e non è giusto per te». Eppure non credo di fare nulla di sbagliato. Un pompino furtivo si può anche regalare: io non ci rimetto nulla e dall’altra parte magari si vive una bella esperienza. E poi, non credo di essere il solo a rapportarmi in questo modo con chi è meno fortunato.
A tal proposito, mi viene in mente quando un mio amico cadde dal motorino e fu ricoverato…
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A tal proposito, mi viene in mente quando un mio amico cadde dal motorino e fu ricoverato. Ricordo lo stupore e la preoccupazione di tutti i miei coinquilini, pronti subito a telefonargli, ad andarlo a trovare in ospedale, a portargli piccoli pensieri. Ricordo in particolare la faccia di uno di loro: quello che, fino a quel momento, meno di chiunque altro aveva mostrato sentimenti o scrupoli di sorta (non a caso quando lo dovetti citare nel mio libro, mi suggerì di usare il nome d’arte di Caino).
In quel frangente, Caino sorprese tutti per la partecipazione emotiva al dramma: promise che, appena il povero infortunato fosse stato dimesso dall’ospedale, sarebbe andato a trovarlo a casa (che gli era, tra l’altro, di strada per andare al lavoro). Non c’era mai andato prima e non ci sarebbe andato nemmeno dopo, ma in quella triste circostanza fu di parola.
Fui così che il povero infermo passò la lunga convalescenza bloccato su una carrozzina ricevendo visite di tutti i generi, compresa quella del buon Caino. Il fatto che fosse ingessato e avesse problemi logistici di movimento mi fa ancora oggi sorprendere di fronte alle meraviglie dell’ingegno umano, quando sostenuto da una grande fantasia, tanta determinazione e un’ottima dose di libidine.
Per questo, quando tempo dopo mi fu prospettato per telefono un rapporto a tre con uno cui era stata amputata una gamba, non volli tirarmi indietro. Al mio istinto umanitario e alla curiosità si era aggiunta la certezza che Caino al mio posto non si sarebbe tirato indietro e quindi non volevo deluderlo.
Scoprii che non c’è niente di strano a far sesso con una persona cui manca un arto, perché dipende sempre da come è lui per il resto e poi perché di fondo è come tutti gli altri, solo con qualcosa di meno. Non ci sono particolari malformazioni o cose che possono risultare sgradevoli. Semplicemente ci sarebbe l’assenza di qualcosa, se non fosse che l’assenza, come dice il nome stesso, è qualcosa che non c’è.
Così, se fui visibilmente poco eccitato, fu solo perché il ragazzo in questione non era il mio tipo, mentre il terzo, che lo montava furiosamente, non doveva pensarla come me. Ma il particolare più curioso fu che il triangolo venne improvvisato perché un “cliente” aveva dato buca ai due. Proprio un cliente, sì: il ragazzo che mi aveva contattato era un antico collega e l’altro, quello senza la gamba, era stato coinvolto per una prestazione a pagamento. Evidentemente anche certi tipi di menomazioni hanno i loro estimatori, segno che il sesso non ha un’unica bandiera, un solo colore.
Non so se l’atmosfera che respiro sia riuscita a farmi apparire più buono e se queste considerazioni abbiano riempito di gioia i vostri cuori. Io ce la metto sempre tutta, credetemi. Buon Natale a tutti.
Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista “dall’interno”, e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.
Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.

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