I nemici del sesso (libero)

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A volte i gay si dimostrano più sessualmente ipocriti, intransigenti e intolleranti degli eterosessuali bigotti. Il rischio dell'auto-discriminazione è una realtà pericolosa. Ecco perché.

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La scorsa settimana mi sono accalorato contro la chiusura di Monte Caprino, tirando in ballo una libertà che (mi pare ovvio) non si limita alla sfera sessuale ma i cui aspetti specifici ha senso trattare qui, visto che questa è una rubrica di sesso. Prima di proseguire, consentitemi due precisazioni: la prima è il rispetto della Natura, anche nei battuage (solo una parte dei frequentatori dissemina fazzoletti e preservativi usati); la seconda è l’attenzione alla salute. Quando accennavo alle mie prime esperienze ("che mi facevano sputare in terra per cancellare il sapore amaro dell’incontro appena concluso"), non alludevo a liquidi seminali ma al vuoto che è possibile avvertire (specie da giovani) dopo un incontro, anche piacevole, ma di solo sesso. Ci tenevo a chiarirlo.

Sgombrato il campo da equivoci, mi preme tornare sulla libertà, valore al quale mi pare che in questo Paese non si sia realmente affezionati e che vi si attenti sfacciatamente, tanto in alto quanto in basso. Perché anche tra la gente comune (gay compresi) non la si vuole concedere agli altri e nemmeno la si richiede troppo insistentemente per se stessi. Forse sono pessimista, ma sul forum di questo sito ho notato inquietanti riscontri.

Nonostante sia talvolta monopolizzato da un numero esiguo di grafomani impegnati in una sterile guerriglia reciproca, vi si possono trovare ancora opinioni non banali e sintomatiche della realtà gay contemporanea. Come quando, ad esempio, l’utente Grillo monello fa notare che sul forum stesso: "Non si ammette, anzi si condanna, che si possano aver storie legate esclusivamente alla soddisfazione sessuale sganciate dai sentimenti". Pur con qualche vittimismo di troppo, egli denuncia "un integralismo bigotto" e "una protervia da fare invidia alla Cei".

Tra le repliche, spesso aspre e non sempre inerenti l’argomento o capaci di smentire le accuse, si distingue per acutezza e rigor logico un intervento di Almadell, che (anche se in prosa) vale la pena di riportare: "Non idealizziamo i gay, poverini! Essi non sono più aperti al dialogo o meno intransigenti degli etero solo perché subiscono discriminazioni analoghe: a meno che non pensiate che i Neri siano meno razzisti dei Bianchi o meno nazionalisti gli Ebrei rispetto agli Indeuropei…". Secondo lui, il perbenismo gay ha origini antiche: "Quando un babbuino viene picchiato da un babbuino più grosso, per sfuggirgli, aggredisce un babbuino più piccolo, per fare ‘branco’ due contro uno ed evitare di prenderle…". Chi è messo in crisi dagli stili di vita diversi dal proprio, reagirebbe – sempre secondo Almadell – secondo tre differenti stili:

"1) Medicalizzazione: "Io mi comporto in un certo modo e DI CERTO sono sano. Chi si comporta in maniera diversa DI CONSEGUENZA è malato". Molti etero lo pensano dei gay. E molti gay di chi ha comportamenti sessuali diversi dai loro: libertà, gusti o pratiche diverse.

2) Colpevolizzazione: "Se non abbiamo diritti, è colpa dei libertini". Uguale a certi maschi, quando parlano di stupro: "Si vestono come delle p*****e. Ovvio che poi vengano violentate". La colpa non è del carnefice ma della vittima (non del perbenismo etero, ma del libertinismo gay).

3) Omofobia "politicamente corretta": "Ciascuno può fare quello che vuole, ma NON CHIAMATELE Famiglie", "Bene i PACS, ma NON CONFONDIAMOLI con il Matrimonio". Apparentemente è solo una "battaglia linguistica", ma da qui nasce il moderno perbenismo: "Va bene la coppia aperta, ma NON CHIAMATELA coppia", "Niente contro il sesso libero ma NON CONFONDIAMOLO col fare l’amore".

Sono stato spesso accusato di privilegiare la promiscuità alla coppia monogama, le pratiche "degradanti" ai valori affettivi e relazionali. Non ho mai preteso di imporli come modello, emblema del movimento o dell’essere gay, ma ritengo un errore clamoroso liquidarne, oltre che il valore storico, anche le possibilità pratiche. Delle quali, mi permetto di insinuare, prima o poi approfittano un po’ tutti, perfino i più rigorosi. Come fa notare l’utente Kiliman: "Sarebbe ipocrita stigmatizzare le nostre "’ataviche origini animali": noi non abbiamo origini animali, noi SIAMO animali, e abbiamo una componente istintiva che sarebbe stupido e contro natura contrastare". D’accordo, occorre stabilire dei confini per non "degenerare". Ma questi confini non possiamo pretendere siano quelli su cui poggiamo i piedi in un determinato momento (salvo poi riadattarli a nostro piacimento). Non può essere "giusto" solo quello che ci fa comodo. Se stigmatizziamo l’omofobia e le discriminazioni, non possiamo voltarci un secondo dopo e discriminare chi non vive, pensa o agisce come noi viviamo, pensiamo o agiamo (sempre in quel determinato momento…).

Temo che troppi gay non sposino le battaglie altrui, che riescano a riunirsi solo al Pride e che anche in quella circostanza molti sentano il bisogno di parlarne male, che tendano più ad escludere che ad accogliere, salvo poi trasgredire ai propri principi se si presenta l’occasione eccitante (e magari dirne male, una volta conclusa).

Certi atteggiamenti indicano solo superficialità, scarsa intelligenza e incapacità cronica di accettare la diversità. Ma, come ho dato spazio alla voce della libertà (qualcuno dirà del libertinaggio), sono pronto a dare il giusto rilievo anche a chi la pensa diversamente, purché si ponga su un piano razionale e senza atteggiamenti di superiorità. In modo da non permettere agli inguaribili libertini di allungare la lista delle "discriminazioni interne".

Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista "dall’interno", e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.

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