L’imbarazzo del post rapporto

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Fra i momenti più imbarazzanti che si verificano durante un primo appuntamento ci sono quello del coito e quello dei saluti. Dietro, ovviamente, all'essere sopresi dalla madre a...

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Un amico di Milano mi scrive qualche giorno fa dicendomi di aver appena visto un film proiettato al Festival Mix (il festival del cinema omosessuale) intitolato Weekend e me lo descrive in termini di una struggente storia d’amore tra due ragazzi che si consuma appunto nell’arco di un fine settimana. Mi avverte però che il finale è tutt’altro che romantico. La mia vita sentimentale ultimamente (dove ultimamente equivale a una coppia di lustri più una manciata di mesi) è vibrante quanto una poesia dell’ex ministro Bondi. Per questo decido con una certa dose di masochismo di comprare il film online e vedermelo.

La storia è molto semplice e forse non particolarmente farcita di trovate eclatanti come invece le commedie romantiche americane ci hanno abituati e viziati a vedere (il film è made in UK ) ma forse proprio per la sua essenzialità, per il suo raccontare vite frugali e un po’ ai margini, ho trovato la storia molto vera ed emotivamente vibrante.

Ma non sono qui per fare una critica alla Morandini visto che il mio approccio alla settima arte è tutt’altro che competente (sono convinto che la saga de Er Monnezza sia un capolavoro e che non aver mai candidato agli Oscar Chuck Norris sia una grave colpa dell’Academy, quindi figuratevi). Cito la pellicola per un paio di passaggi specifici che mi hanno fatto tornare alla mente una riflessione che facevo tempo fa su quali fossero i momenti più imbarazzanti che si verificano durante un primo appuntamento e che, proprio per il fatto di averli ritrovati anche in questo film, mi hanno dato ancora di più l’idea di come la storia raccontata sia vera e per questo così convincente.

Il primo è di natura puramente sessuale e non riguarda l’istante in cui ci si spoglia facendo il confronto non dichiarato a chi ce l’ha più grosso come adolescenti negli spogliatoi dopo l’allenamento di pallone (e tu speri che il tuo ultimo posto sia dovuto solo a un tardivo e ancora atteso sviluppo dei genitali), né il leggere dallo sguardo dell’altro l’espressione contrariata nel vederti indosso un paio di mutande lise della Ragno indossate senza troppo badare alla possibilità di un incontro fortuito con un ragazzo lungo i corridoi di un supermercato.

No, il momento in questione che ho sempre trovato terribilmente imbarazzante è il post coito. Ora, ognuno ha il suo modo di provvedere, c’è chi fa di tutto per evitare che si sporchino le lenzuola e preferisce venire in piedi, dentro una salvietta, su un’isola limitata da un telo di plastica o, come faceva un noto parlamentare soprannominato per questo "la giornalaia", su fogli di quotidiani stesi per casa come quando il nostro cucciolo di cane non ha ancora imparato a gestire l’impulso della pipì. Io, al contrario, ho un approccio più "vieni come ti pare" e finisco per inzaccherarmi come dopo aver strappato la linguetta di una lattina di Coca appena caduta a terra (non so se la sottile similitudine è stata di qualche aiuto). Fatto sta quindi che rimango immobile e disteso per evitare ulteriori versamenti sul divano, o la poltrona o il copriletto di famiglia regalato da mamma come "dote" (il che darebbe al tutto anche un che di morbosamente incestuoso), aspettando che l’altro, bontà sua, si alzi e, dandogli indicazioni come se stessimo giocando a "acqua/fuoco", scovi lo stipetto degli asciugamano.

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Il secondo, raccontato anche questo nel film, è ben più imbarazzante e per me emotivamente stressante, ed è il momento dei saluti quando si crea quell’atmosfera densa e sospesa tra il desiderio e la forma, dove il dubbio è se la cosa giusta da dire sia quella che davvero proviamo, se lo proviamo ("sai che vorrei davvero rivederti?"), o se sia preferibile mantenere comunque un atteggiamento meno coinvolto e vagamente blasé, limitandoci a un semplice "è stato un piacere". È proprio mentre ci si dà commiato stringendosi la mano o baciandosi sulle guance che ci scappa invece quasi sempre quel "dai ci risentiamo", detto tutt’al più per una forma di cortesia motivato da un inutile senso di colpa per aver voluto fare quel sesso fine a sé stesso che ci hanno insegnato essere male.

Ecco, questo è il momento davvero critico di tutta la faccenda (forse anche più che restare distesi e bagnati in attesa che ci venga lanciato un panno asciuga-tutto) quando, anche senza averlo preteso, ti senti promettere telefonate che l’altro non farà mai, messaggi che non arriveranno neppure in mille anni, dando al tutto quella venatura d’ipocrisia che ben pochi incontri meriterebbero di subire.

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