Magnifiche ossessioni

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Se certe sensazioni ci perseguitano per anni, meglio ignorarle o rimanerne schiacciati? Anche se è difficile, si può tentare di conviverci, perché forse ne vale la pena.

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Mi permetto di rubare venti secondi alle questioni bassoventrali per ringraziare tutti i lettori che hanno solidarizzato con me riguardo il Gay Pride e le annose questioni legate alla nostra Comunità, espressione che non si sa mai bene cosa rappresenti. Al punto che un mio coinquilino, non molto tempo fa, parlava della Comunità gay della Firenze di Michelangelo, come se il fatto di provare pulsioni omosessuali accomunasse idealmente, ma pure concretamente, chiunque. Mentre la realtà, e non solo quella Rinascimentale, temo sia ben diversa. Ma cambiamo argomento.

Tempo fa sottolineavo come certe emozioni erotiche possano segnarci a lungo, fino a divenire una specie di primato insuperabile. Muovendoci oltre il confine ristretto della scoperta dei genitali altrui, delle sbirciatine nelle docce o di qualunque prurigine adolescenziale, (che comunque – non temano sessuomani e moralisti – ho in serbo per tutta l’estate), vorrei soffermarmi su una mail ricevuta da una fanciulla, visto che le donne che mi scrivono sono poche e lei sembra realmente turbata dall’argomento:

”Salve signor Sesso, spero non le dispiaccia se mi rivolgo così a lei 😀 ma tutti le imputano una sorta di ossessione che, al contrario, io condivido. Le scrivo per chiederle: è normale star male per storie o fatti talmente lontani nel tempo che la memoria fa fatica a ricordarli? Anche se magari basta una parola tipo ‘primo bacio’ a farci ritornare in mente quella sensazione che c’ha perseguitato per mesi, se non addirittura anni? Insomma sono io che sono psicopatica o i dolori d’amore te li porti dietro tutta la vita e basta, semplicemente senza via di scampo?”

Mi pone una domanda alla quale, se tentassi una risposta netta, peccherei solo di presunzione. Mi limiterò a confessarle che credo poco alla normalità e molto al sentimento. Noi siamo anche quello che proviamo, indipendentemente dal fatto che altre persone vivano o meno esperienze simili o se queste si possano considerare normalità. Il vero problema sta nella pericolosità di ciò che proviamo, intendo pericolosità per noi. Come fare, insomma, ad essere quel che si è senza venirne travolti?

La risposta può trovarla solo lei, godendosi fino all’ultimo struggimento i ricordi che per altri sarebbero già sbiaditi, ma evitando se possibile di perdere il contatto con il presente (e con il futuro). La vita è troppo preziosa per sacrificarla sull’altare dei ricordi, per quanto emozionanti possano essere. E noi dobbiamo essere come un equilibrista che affronta la fune, la stessa fune che gli dà lavoro e che però costituisce anche il suo nemico più pericoloso.

Bisogna muoversi con attenzione, senza sbilanciarsi troppo da una parte o dall’altra, perché non sappiamo se ci sono reti sufficientemente resistenti a salvarci: quando si parla di amore e di passione, in fondo si parla di fumo. Quei brividi che altri non avrebbero provato o che forse perfino noi, in una situazione o in un tempo differente non avremmo sentito correre lungo la schiena, hanno finito per segnare il nostro cammino e ci hanno dato (e ci danno) lo stimolo per andare avanti.

Per questo il loro ricordo non è solo la consolazione di chi si sente ormai un pensionato delle emozioni. E’ anche il nodo del nostro presente, che ci tiene uniti a noi stessi e ci fa sperare che ancora adesso, in qualsiasi momento, altre sensazioni forti e vitali possano entrare a far parte della nostra vita. Sono, senza nulla togliere ad altre meraviglie che la vita ci offre, ciò che ci fa andare avanti e dà un senso alla nostra esistenza.

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Almeno fino a che non si esauriscono, a causa della monotonia o dell’accumulo di delusioni, dell’inaridimento e dello spegnersi della nostra luce interiore, o del semplice e naturale invecchiare. Come pare fosse successo a Dino Risi, lo straordinario regista che ci ha lasciati e la cui intelligenza non smise mai di brillare. Ma che si rendeva perfettamente conto che a novant’anni le donne non lo guardavano più. Anche se, a dirla tutta, lui non aveva mai smesso di guardare loro.

Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista "dall’interno", e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.

Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.

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di Flavio Mazzini

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