Ogni tanto qualcosa di diverso

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Molti gay hanno esperienze con l'altro sesso per motivi di opportunità. Ma non sempre: in certi casi il famigerato 'Vizietto' può non essere affatto male.

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Quando molti anni fa entrai nel mondo gay, avevo già avuto alcune esperienze con le ragazze. Per quanto perfettamente consapevole della mia omosessualità, non sapendo bene che pesci prendere mi ero trovato ad accettare proposte dal gentil sesso o addirittura a farne io a loro. Con risultati che, pur non considerati disastrosi, non mi soddisfacevano del tutto. Mi pare ovvio.

Preso quindi il coraggio a due mani, feci quello che fanno tutti gli omosessuali, ossia essere onesti con gli altri ma soprattutto con se stessi, sforzo ampiamente compensato dalle splendide illusioni delle prime volte in cui si scambia coi propri simili qualcosa di più di due parole di cortesia. Uso la parola "illusioni" proprio perché all’epoca mi illudevo davvero di aver risolto tutti i miei problemi e di poter finalmente salire sul cavallo del mio principe azzurro. Invece, la prima storia con un ragazzo non durò più di dieci giorni (molto meno di quelle con le ragazze).

Proprio quando mi pareva di aver trovato qualcuno che mi piacesse, al quale piacessi, con cui poter parlare e confrontarmi, qualcuno del mio stesso sesso con cui crescere insieme in un continuo scambio da cui sarebbe scaturito tutto il resto, ecc. ecc., dopo nemmeno una settimana già non ne potevo più: l’idea di rimanere legato a lui per la vita mi soffocava più di quanto non mi fosse mai successo con nessuna donna. Eppure, dopo anni di macerazioni interiori, repressione, frustrazione e menzogne, non potevo credere che non mi piacessero gli uomini!

Per mia fortuna ebbi presto una seconda occasione e finii per relegare le paranoie nel giusto luogo, ossia nella difficile (forse impossibile) convergenza di desideri, proiezioni e realtà. Così, dopo aver vissuto un numero sufficiente di incontri di sesso, brevi storielle e relazioni più importanti, mi tranquillizzai definitivamente e mi tolsi ogni dubbio. Almeno fino all’incontro con Lei.

La conobbi in una sezione del partito comunista, già democratico di sinistra ma ancora partito, prima che negli anni smettesse di essere di sinistra e, restando evidentemente democratico, tornasse partito. Eravamo quattro gatti che ritenevano opportuno "iscriversi a parlare" a inizio riunione per poter esprimere la loro opinione sulla più piccola questione di quartiere o sulle grandi crisi internazionali. Nella noia generale, mi accorsi che Lei mi guardava con sospetta intensità.

Per dissipare equivoci ed evitare di complicarmi ancora di più la vita, le dissi subito di me. Lei sorrise e mi saltò addosso con le braccia al collo (chissà perché le donne sono così felici di incontrare gli omosessuali?), lasciò perdere ogni tentativo di sedurmi e ogni velleità di ‘convertirmi’ e si fidanzò con un altro.

Poi, una mattina in cui dovevo partire per un viaggio, venne a casa mia per aiutarmi a preparare i bagagli. Pochi minuti prima che i miei rientrassero (per fortuna non si accorsero di niente!) finii per baciarla, stenderla sul letto, strusciarmici sopra, spogliarmi e (visto che avevo cominciato a prendere confidenza con questo genere di cose) spogliarla. Infine, struscia qua, struscia là, mi accorsi che la stavo penetrando, senza rendermi conto esattamente da quanto.

Fu una rivelazione: potevo andare a letto con una donna senza preoccuparmi di mentire, di nascondermi, di pensare ad un uomo, di credermi ipocrita, di sentirmi fuori luogo, inadeguato… in una parola ‘frocio’. Lo ero, frocio, non c’erano dubbi, ma non era un problema. E frocio continuai ad esserlo anche in seguito. Eppure, quel rapporto casuale, non programmato, scevro da qualsiasi ansia di prestazione, di identità di genere, responsabilità di coppia, varie ed eventuali, mi rivelò molte più cose di me stesso di quante potessi immaginare.

Se da allora ho comunque limitato questo tipo di frequentazioni intime (si possono contare sulle dita di una mano) non è stato per problemi nei confronti del corpo femminile, ma solo perché provarci con una donna mi è sempre sembrato più faticoso. Inoltre, ogni volta che mi andava male mi sentivo un cretino: situazione comunque sgradevole, ma in particolare per uno che sa di essere omosessuale. In quelle circostanze – come il buon Chatwin – mi veniva da pensare solamente: "Cosa ci faccio qui?".

 

Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista "dall’interno", e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.

Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.Per scrivere a Flavio Mazzini clicca qui

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