Quelle immagini rubate…

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Lasciare che qualcuno si esibisca per noi di fronte a un obiettivo. Ma anche riprendere di nascosto ragazzi per strada, in treno, in metro. O nel chiuso di...

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Ho un amico che chiamo affettuosamente ‘porcone’, pur non ritenendomi un modello di virtù o esempio di morigeratezza di costumi. Quando però mi trovo insieme a lui, a confronto mi sento un timido collegiale. In molte occasioni, i nostri sguardi vanno a posarsi sulle stesse prede ma tante volte mi capita di perdere colpi e di non riuscire a tenerne il passo.

Aspettando la metropolitana, ad esempio, lui è sempre abile ad appostarsi vicino a qualcuno che gli piace, per poi entrare nel suo stesso scompartimento e sedersi di fronte a lui. Io penso, mi distraggo, potrei anche aggiungere che mi vergogno. Mi sento perfino in imbarazzo quando lui tira fuori il cellulare e comincia a riprendere di nascosto il suo obiettivo. Qualcuno se ne accorge e pare si esibisca con gusto, altri probabilmente non lo sanno e non lo sapranno mai.

Ama fotografare oppure girare brevi filmati che poi scarica e colleziona, mostrandomeli compiaciuto. Io mi diverto, per quanto non trovi la cosa edificante e mi faccia sentire un tantino a disagio. Una voce dentro di me dice che, sì, non è bello, ma non è nemmeno così grave. Non sento particolari scrupoli morali di fronte a questi piccoli furti. La privacy è una cosa importante ma oggi tempo sia utilizzata troppo spesso come specchietto per le allodole. E comunque una sbirciata al corpo del reato l’ho sempre data.

Certo, quelle situazioni dal vivo sono diverse rispetto ai suoi racconti. Quando infatti io non ci sono, mi sento narrare storie di ragazzetti che si siedono in treno di fronte a lui in treno, che lo provocano, si massaggiano il pacco, si stirano mettendo in mostra addominali e bicipiti, si leccano le labbra, ammiccano selvaggiamente. Nessuna conclusione ma un’atmosfera erotica che vale da sola il prezzo della corsa.

Non essendoci stato non so se credergli ma, nel dubbio, ho sempre optato per la soluzione più eccitante. In certe occasioni, oltretutto, la vicenda pare abbia assunto anche un sapore trasversale. Ad esempio, quando nello scompartimento c’era una coppia che andava oltre i soliti teneri gesti, lasciandosi andare a furtive strusciatine, nelle quali lei era complice accorta e maliziosa dell’esibizionismo di lui: bisex, etero curioso o divertito, poco importa. Ciò che conta è il gioco.

Una volta ho provato ad imitarlo, in treno, ma senza successo: la paura di essere scoperto vinse sull’emozione del proibito. Ma una volta confesso che mi divertii a fare qualcosa di simile, forse perfino più piccante. Da amante dei video, pur senza farne un’abitudine, mi ritrovai infatti a filmare alcuni miei incontri di sesso. Alcuni partner occasionali mostravano una sorprendente facilità a esibirsi dinanzi alla telecamera e un gusto narcisistico nel rivedersi o comunque nell’esporsi al meglio, offrendo prestazioni sfacciate (e talvolta anche un po’ pacchiane). E io ne approfittai.

Altre volte invece decisi di non metterli al corrente. Non nego sia stato scorretto e non intendo giustificarmi dicendo di non essere il solo e che almeno non ho messo quelle immagini sul web, a disposizione di tutti. Più che altro confesso che, mentre riprendevo, vuoi per il timore di essere scoperto, vuoi per la necessità di lasciare l’altro sempre al centro dell’inquadratura, non mi sono certo divertito troppo. In compenso, rivederlo non era male.

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Insomma, tra telefonini, videocamere e attrezzature varie, rubare frammenti di erotismo, si tratti di concreti accoppiamenti o minimi dettagli, non è ormai così raro. Come pure, e non è cosa recente, farsi riprendere consapevolmente, dal fidanzato, dall’amante di turno o da qualche cialtrone che si spaccia per artista della fotografia.

In tutte queste differenti circostanze, ci deve essere una molla alla base che ci fa correre il rischio, sia quello di essere scoperti o di rischiare di finire su internet. Una molla che ha a che fare col gusto di catturare qualcosa di sé o dell’altro. Una sorta di feticcio, eccitante e prezioso, qualche volta forse persino più dell’originale.

Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista "dall’interno", e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.

Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.

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