Relazioni e trasgressioni

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Coppie aperte, coppie chiuse (per modo di dire) e coppie con suocera al seguito. In tempi di Pride e di elezioni europee verrebbe da chiedersi quanto la politica...

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Oggi vi racconterò la storia di tre coppie. Coppie come ce ne sono tante in giro e come vedremo nei giorni che seguiranno, in questa curiosamente lunga stagione dei Pride. Francamente dubito che i media, avendo a disposizione un così vasto materiale umano, indagheranno a fondo le varie realtà glbt. Sarò prevenuto, ma penso che articoli, foto e servizi tv non saranno differenti dagli scorsi anni e che ci sarà solo meno clamore attorno, vista la dispersione di forze. Tanto che mi auguro che il prossimo anno si riesca a organizzare un’unica manifestazione nazionale, grande e incazzata. Perché non mi illudo nemmeno che da qui a un anno le cose cambino politicamente.

Mi accontenterei che almeno i gay comprendessero il significato di questa curiosa sfilata, che in un clima festoso celebra la storia del movimento e insieme rivendica diritti, unica manifestazione glbt di massa (alle altre, se proprio va bene, se non piove, non fa troppo freddo e ci si organizza per tempo, si arriva al massimo a trecento persone). Mi accontenterei anche che non votassero per gli omofobi (lo raccontavo a Milva, che non voleva crederci) e che la distanza con l’Europa cominci a colmarsi anziché aumentare ancora. Lo so, non è chiaro cosa c’entri questo con la rubrica di sesso. Per capirlo, dobbiamo tornare alle tre coppie dell’inizio.

A cominciare dai due giovani spagnoli (sarebbe meglio dire catalani) che ho ospitato qualche giorno fa, venuti a Roma per assistere alla finale di Champions League, insieme alla mamma di uno dei due. Non è frequente vedere una coppia gay con madre al seguito, tanto meno pronti a dividere tranquillamente l’unica stanza libera. Anche se da una signora che affronta un viaggio in auto di parecchie centinaia di chilometri per andare allo stadio uno potrebbe aspettarselo.

Ma ciò che più mi ha sorpreso è stato quando uno dei due ragazzi, cui avevo chiesto del suo ‘fidanzato’, ha precisato: “Marito”. Già! Perché noi tutti sappiamo dei gay spagnoli sposati, ma a me non era ancora capitato di conoscerne. A vederli non sembrano diversi da una qualsiasi coppia di fidanzati, ma a livello legale le cose cambiano non poco. Senza contare che la signora attempata, indicandomi uno dei due ragazzi, mi ha detto: “Questo è mio figlio”. E ha poi aggiunto commossa, voltandosi verso il compagno: “E questo è un altro figlio”.

Negli stessi giorni e nella stessa casa, un’altra coppia gay, italiana e quindi non sposata e non sposabile, ha avuto invece un altro tipo di incontri, senza partite di calcio e senza madri al seguito. Si tratta infatti di una coppia ‘aperta’, che non si vergogna di ammettere di desiderare carnalmente altri uomini (e non lo sbandiera come fosse un merito), ma preferisce farlo unita anziché di nascosto uno dall’altro.

E’ così che finisce per incontrare un po’ di tutto, quasi una statistica sessuale del mondo gay nostrano: altre coppie ‘aperte’, single, ragazzi fidanzati con partner con problemi sessuali o semplicemente cornuti. Ma anche uomini ‘bisex’, impegnati con ragazze che ovviamente non sanno nulla della doppia vita dei loro compagni. E’ stato così che anche una terza coppia è transitata negli stessi giorni nella stessa casa. Anche se rappresentata fisicamente da un solo componente.

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Eccitatissimo ma scrupoloso nel programmare l’incontro e tanto cauto da entrare nel palazzo e in ascensore con il casco in testa, salvo poi sostituirlo con una più pratica mascherina per gli occhi (di colore rosso), il ragazzo era quel che si potrebbe dire ‘voglioso’, in arretrato di contatti carnali con altri maschietti e quindi piuttosto incline a lasciarsi andare. Anche se poi finiva per cadere in piccole paranoie di ogni tipo. Chissà se preoccupato per se stesso o per la ragazza.

Una settimana curiosa per questa casa, ecco l’unica considerazione che ho tratto. Niente commenti moralistici: non ho intenzione di ergermi di colpo, da soggetto di una situazione, a suo giudice. Certo è che non mi è sembrato un caso che la coppia con suocera al seguito fosse spagnola (anzi, catalana) e italiana invece la coppia ‘etero’ con lei a casa inconsapevole e lui a saziare nella pausa pranzo certe fantasie nascoste. Chissà se tra i tanti primati che, nel nostro patriottismo un po’ zoppo, amiamo attribuirci, c’è anche quello della mascherine rosse.

Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista "dall’interno", e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.

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