Se la crisi diventa l’alibi per censurare il porno sul web

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Uno degli ultimi atti del governo Bush limita drasticamente la pubblicazione di contenuti erotici, di alcune chat e di blog. E tutto per aumentare le tasse. E in...

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La storia insegna: nei periodi crisi economica e sociale, quando si profilano all’orizzonte difficoltà di un certo rilievo, per qualche motivo si verificano sempre dei tentativi di limitare la libera fruizione della sessualità e dei suoi derivati. Ultimamente questo fenomeno sta iniziando a prendere di nuovo piede, coinvolgendo anche internet, e i segnali che arrivano da diverse parti del mondo non sono incoraggianti. Augurandoci che questo non sia il preludio ad un’era di proibizionismo digitale, di cui non sentiamo certo il bisogno, analizziamo i fatti partendo da alcuni esempi concreti. 

Uno dei colpi di coda dell’amministrazione Bush è stata la revisione della legge 2257 sui contenuti di internet, che applicherebbe ulteriori maglie restrittive a tutti quei siti che si limitano anche solo ad alludere a tematiche sessuali e/o a promuovere in qualche modo siti con contenuti erotici (ivi comprese le cosiddette pagine di preview, alcuni tipi di chat, blog espliciti, ecc). Motivazione ufficiale: tutelare ulteriormente i minori, anche se alcuni sostengono che in realtà tutta l’operazione nasca per racimolare maggiori introiti tramite le tasse sui contenuti sessuali. Sia come sia è ravvisabile anche un tentativo di trasformare la pornografia in un capro espiatorio su cui sfogare almeno in parte le tensioni sociali che si sono accumulate negli ultimi anni, dando nel contempo soddisfazione all’elettorato americano sessuofobico e molto religioso in vista delle elezioni che si sono appena concluse.

 

Anche se le suddette elezioni non sono state vinte dalle correnti conservatrici la modifica della legge 2257 era comunque passata (anche se i tempi e i modi di applicazione sono ancora in fase di discussione), innescando una reazione a catena di proporzioni globali. Per cominciare da qualche tempo YouTube e altri siti simili hanno messo le mani avanti, adottando una politica molto più intransigente nei confronti dei video pubblicabili. Infatti se prima era vietata la condivisione di filmati espliciti, oggi sono formalmente proibiti anche tutti quei filmati che possono solleticare o alludere in qualche modo alla sessualità: niente più filmati goliardici e/o velatamente erotici. 

Difficile dire fino a che punto si spingerà questo nuovo regolamento se verrà applicato alla lettera, anche perché il concetto di "allusivo" – teoricamente – è molto relativo ed estremamente vasto. In ogni caso questa filosofia sembra fare proseliti in diverse parti del mondo, assumendo dimensioni preoccupanti se si pensa che il governo australiano, guidato da una maggioranza decisamente conservatrice, si sta adeguando ai ben poco allettanti standard cinesi. Infatti ha in progetto di applicare veri e propri filtri alla rete: se lo sventurato cittadino australiano inserirà parole dai contenuti sessuali nei motori di ricerca verrà diretto verso il nulla, e se le e-mail conterranno parole sessualmente allusive (o anche termini come gay o lesbian) non giungeranno mai a destinazione.

E la cosa inquietante è che tale censura si applicherebbe anche a siti dal contenuto medico o che, ad esempio, operano nel campo della  prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. In Italia non siamo messi tanto meglio: mentre, nel silenzio generale, si sta discutendo di una possibile legge che regolamenti internet in tutte le sue parti (se passa non si potrà tenere un un blog o pubblicare nulla se non si è iscritti all’albo dei giornalisti!), il nostro presidente del consiglio ha già annunciato che durante la sua presidenza del G8, a partire da questo mese, proporrà una regolamentazione mondiale di internet. Cosa questo possa voler dire, anche considerando il livello dei media italiani, è tutto da vedere, anche se non si può prescindere da alcune considerazioni.

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Se è vero che le spinte conservatrici e sessuofobiche sono presenti in diverse parti del mondo, è anche vero che in buona parte dei paesi occidentali ci sono anche spinte in senso opposto. Giusto per citare gli Stati Uniti ci sono delle vere e proprie associazioni come la Free Speech Coalition, che dai primi anni 90 si batte per affermare il diritto dei cittadini maggiorenni americani di fruire liberamente di materiale "per adulti", mentre in diversi paesi europei la libertà sessuale e la libera fruizione della pornografia è semplicemente una questione di principio. In una realtà come quella italiana, però, in cui vale ancora il "si fa, ma non si dice" o meglio il "si fa di nascosto perché il sesso è una cosa sporca", il tutto potrebbe diventare più problematico.

Se davvero passassero delle leggi che limitano la libera circolazione dei contenuti "per adulti" sulla rete italiana chi alzerebbe la voce? E soprattutto: chi alzerebbe la voce se, per estensione, i contenuti a tema gay e lesbico venissero definiti "per adulti" a prescindere da una eventuale connotazione erotica e/o pornografica? Staremo a vedere.

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