Sesso, fetish e maschi gay secondo Gmuender

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Eventi come il Folsom Street hanno sdoganato il feticismo gay, portandolo oltre vecchi stereotipi e tabù troppo limitanti. Il fetish, nel tempo, è diventato una manifestazione di emancipazione...

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Tecnicamente il termine feticismo nasce nell’ambito dell’etnologia e dell’antropologia, per definire la pratica, molto comune nelle società primitive, di adorare degli oggetti ritenuti sacri, detti appunto feticci. Non a caso la parola «feticcio» deriva proprio dal portoghese feitiço, con cui i colonizzatori indicavano quelli che, dal loro punto di vista cattolico, erano i falsi idoli adorati dalle popolazioni con cui entravano in contatto. Per estensione, nell’ambito della sessuologia, con il termine feticismo si sono iniziate ad indicare quelle forme di attrazione sessuale verso oggetti, pratiche e parti del corpo che, teoricamente, non hanno alcun rapporto diretto con la sessualità nel senso più tradizionale del termine. Il feticismo, nelle sue molteplici sfaccettature, una volta era considerato una forma di perversione, anche se in gergo psicologico si preferisce il termine «parafilia», ma oggi si può dire che entro certi limiti è stato ampiamente sdoganato.

Un po’ perchè, obbiettivamente, le persone che praticano qualche forma di feticismo sono veramente tantissime e un po’ perchè il concetto di sessualità «tradizionale», per fortuna, è diventato molto relativo. In ogni caso, al progressivo sdoganamento del feticismo in quanto tale, che ormai, a meno che non si trasformi in ossessione, viene considerato più una forma di gioco che non una malattia, si è accompagnata anche la progressiva emancipazione della comunità omosessuale. Di conseguenza, col tempo, i feticismi della comunità gay hanno avuto sempre maggiore visibilità, dentro e fuori la comunità omosessuale, andando a soppiantare quegli stereotipi che per secoli il mondo eterosessuale le aveva assegnato, anche a livello di feticismo. Infatti non bisogna dimenticare che, fino a non molto tempo fa, la parola «feticismo» in ambito omosessuale era ancora legata esclusivamente all’inversione di genere e al travestitismo, che sicuramente hanno una loro ragion d’essere, ma che rappresentano comunque una risicatissima minoranza tra le forme di feticismo che vanno per la maggiore nel mondo gay vero e proprio.

In questo senso non dovrebbe stupire il fatto che tutto quello che ha a che fare con il mondo fetish propriamente gay è diventato un simbolo di emancipazione e di affermazione, che non a caso viene sfoggiato nei Gay Pride e in eventi specifici come la Folsom Street Fair di San Francisco. Certo si può obbiettare sul buon gusto di certe esternazioni in pubblico, così come si possono apprezzare o condividere, ma quel che è certo è che, col tempo, l’universo fetish è diventato parte integrante della cultura gay, grazie anche a numerosi artisti che, a partire da Tom of Finland negli anni ’50, hanno voluto celebrarlo in qualche modo. I feticismi gay sono diventati anche il soggetto preferito di tantissimi fotografi, sparsi in tutto il mondo, e quindi non stupisce che l’editore Gmuender abbia deciso di dedicare una delle sue antologie proprio ai fotografi che hanno sposato la causa fetish. "Brave – Men and Fetish", è proprio la dimostrazione di come il variegato mondo dei feticismi gay sia diventato anche un fenomeno culturale e artistico di rilievo, e i 33 fotografi che hanno partecipato, tra cui l’italiano Roberto Chiovitti, rappresentano un’interessante spaccato di questa realtà.

Dal leather al latex, dagli stivali alla sottomissione, dai motociclisti agli abiti da lavoro, ce n’è davvero un po’ per tutti i gusti, anche se effettivamente questa antologia si concentra esclusivamente sui feticismi legati all’abbigliamento. D’altra parte i feticismi, anche in ambito gay, sono tanti e tali che sicuramente ha più senso operare una selezione e realizzare delle antologie più specifiche di volta in volta, piuttosto che cercare di mettere tutto insieme senza dare il giusto spazio a nessuno. Effettivamente, dopo aver sfogliato una raccolta fotografica come questa,  si ha la netta percezione di come i tempi siano cambiati rispetto a quando, ancora pochi decenni fa, il massimo del feticismo gay era considerato indossare un paio di calze a rete in stile Renato Zero. E questo spiega anche perchè il fetish gay ha una sua valenza socio culturale, soprattutto in nazioni come la nostra, a lungo penalizzate da un clima omofobo ed eterosessista: dopotutto la stragrande maggioranza dei nuovi feticismi gay sono legati a concetti come la virilità estrema, la forza, la voglia di dominare o la capacità di sopportazione. Tutte cose che, in qualche modo, costruiscono l’immagine di un maschio omosessuale capace di superare tutte le sfide che il mondo gli pone davanti.

di Valeriano Elfodiluce

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