COME CAMBIA IN GAY LA TV?

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E' in arrivo il digitale terrestre. Le tematiche gay avranno più spazio? Chiediamocelo ripercorrendo la storia della nostra televisione, dagli strip sulle tv locali, alle censure.

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Presto il digitale terrestre diventerà parte integrante delle nostre vite: significherà una maggiore apertura verso il pubblico gay? Probabilmente no, e questo perché di fatto risponderà agli stessi criteri normativi della TV attuale, ma per capirne i motivi e per mettere un po’ d’ordine in quel guazzabuglio che è la nostra TV bisogna andare molto indietro.
Ufficialmente la televisione di stato italiana nasce nel 1954, quando i partiti democristiani erano particolarmente influenti, e di conseguenza da subito si mise in chiaro che tutto ciò che aveva a che fare col sesso, anche lontanamente, non era trasmissibile (compresi vocaboli come “membro”, “cazzotto” e persino “magnifica”): era nato il primo Codice di autodiscilpina.
Le cose iniziarono a cambiare con una sentenza del 1976, che legittimò la creazione delle reti locali, indipendenti dagli scrupoli della televisione di stato. I palinsesti notturni di queste emittenti divennenrò presto il regno degli spogliarelli integrali e dei film a luci rosse (inizialmente nella versione approvata dalla censura italiana), che garantivano un’audience da capogiro.
Col passare del tempo, nonostante risalisse al 1962 una legge che vietava la trasmissione televisiva di film “vietati ai minori”, le emittenti locali riuscirono ad eludere ogni sorveglianza (un classico era far scomparire il proprio “marchio” durante le proiezioni vietate), proponendo spettacoli e film sempre più spinti. Di pari passo anche la RAI divenne più permissiva: alla fine degli anni ’70 le Sorelle Bandiera sono le prime drag queen a cantare una sigla televisiva, Renato Zero e le sue trasgressioni sono pane quotidiano, mentre Ilona Staller (meglio conosciuta come la pornostar Cicciolina), diventa ospite fissa di ben due programmi RAI (Stryx e C’era due volte). Il primo nudo maschile integrale RAI, invece, comparve nello sceneggiato “Delitto di Stato“, trasmesso nel 1982, e persino Canale 5 e Italia 1 (all’epoca Telemilano e Antenna Nord, ma già di proprietà di Silvio Berlusconi), ebbero qualche problema per aver mostrato filmetti non proprio casti. Questo clima di permissivismo continuò – a periodi alterni – per tutti gli anni ’80, tuttavia le cose non potevano continuare così in eterno, e nel 1990 venne varata la legge Mammì.
Questa legge prescrive che i contenuti vietati ai minori siano tassativamente vietati, mentre quelli vietati ai minori di 14 anni possono essere trasmessi dalle 22,30 alle 7,00 del giorno dopo. Grazie anche ad alcune restrizioni sulla pubblicità, questa legge affossò le reti locali da un lato, mentre dall’altro bloccò per almeno un decennio ogni tentativo di trattare direttamente tematiche legate all’omosessualità (ritenute inadatte ad un pubblico di minorenni). Appellandosi a questa legge, inoltre, le associazioni di genitori italiani (di matrice prettamente cattolica), hanno aquisito un’importanza determinante nella decisione dei palinsesti. Così, mentre nel resto d’Europa si è assistito a un sempre maggior sdoganamento delle tematiche sessuali (e omosessuali), in Italia la situazione ha continuato a complicarsi: nel 1997 si costituisce l’Authority per le garanzie nelle comunicazioni e, nel 2003, il Comitato di applicazione del codice TV e minori (il primo per vegliare sui contenuti, e il secondo per verificare che siano a prova di bambino).
Alla fine come si concretizza tutto ciò? In Italia, dalle 7,00 alle 22,30, la televisione deve presentare programmi “per tutti” (ma in qualsiasi fascia i film dovrebbero presentare appositi bollini a seconda del pubblico più adatto), mentre dalle 16,00 alle 19,00 c’è una “fascia protetta” (ovvero particolarmente adatta ai minori). Al di là del fatto che è assurdo fare rientrare nella stessa categoria bambini di 3 anni e ragazzi di 17, va da sé che in tutto ciò c’è una contraddizione di base. Come può essere, una fascia, “per tutti”, se una categoria di persone viene discriminata? Facendo esempi concreti: nella fascia “per tutti” i momenti gay di vari film e telefilm sono quasi sempre tagliati, mentre momenti etero ben più piccanti vengono messi in onda senza problemi.
Emblematico, poi, il caso della (rara) messa in onda di strip-show maschili, scelta regolarmente criticata anche se, in show “per tutti”, vallette e show girls praticamente nude sono ormai una costante (un uomo nudo risveglia voglie proibite e una donna no?). Forse, però, la cosa più indigesta è l’opera di adattamento e censura che alcuni film V.M. 14 devono subire quando sono trasmessi in prima serata (per poterne sfruttare gli spazi pubblicitari, come nel caso dei vari “American Pie” e “Cruel Intentions“) o, peggio ancora, quando film V.M. 18 sono trasmessi nella più “permissiva” seconda serata (per fare un esempio: la versione televisiva di “Doom Generation” è durata 45 minuti, contro le quasi due ore della versione integrale!).
Sicuramente è giusto tutelare le fascie di pubblico più debole, ma non quando questo diventa un pretesto per omologare i contenuti e, soprattutto, le menti dei telespettatori. Fortunatamente internet e la TV satellitare hanno compensato in parte questo stato di cose, ma – ironicamente – non sono alla portata “di tutti”.

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di Valeriano Elfodiluce

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