E se fossero i gay a definirsi froci?

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L'omosessualità in tv fa audience, per morborsità e per interesse. Ma la società è pronta a capire la realtà lgbt. E, forse, impossessarsi delle offese le neutralizza e...

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"L’omossessualità, comunque se ne parli, fa aumentare gli ascolti". Con queste parole Serena Bortone, tra gli autori di Tatami, fortunato programma in onda su RaiTre condotto da Camila Raznovich, ha iniziato il suo intervento all’agorà "Le parole per dirlo" organizzata dall’onorevole Paola Concia che si è tenuta giovedì scorso a Roma. E la precisazione è d’obbligo, ovvero quel "comunque se ne parli" non dà affatto garanzie sul fatto che, pur di alzare lo share, le emittenti televisive scelgano di dare spazio alle tematiche gay come la comunità lgbt si aspetterebbe. 

"C’è sicuramente un elemento di morbosità che aderisce all’universo del sesso in generale, e quindi a quello di una sessualità che per molti risulta ancora ‘oscura’ e poco frequentata come l’universo omosessuale – ha precisato Serena Bortone -. La platea generalista è per definizione vasta: se usciamo dai mondi limitati delle città e degli ambienti che noi stessi autori, giornalisti, ‘intellettuali’ in senso lato siamo abituati a frequentare, è indubbio che l’omosessualità non sia vista ancora come così ‘comune’. Ma c’è nell’interesse generale verso questi temi anche una curiosità quasi proiettiva, un elemento di indagine personale, introspettiva, un ‘fammi sentire che roba è’, fammi capire se è una cosa che può riguardare anche me". Ed è quindi, questa curiosità, per certi versi, positiva che la telelvisione, in quanto mezzo di comunicazione, forse più fruito in assoluto, dovrebbe sfruttare per sdoganare una volta per tutte la normalità dell’omosessualità, tralasciando gli aspetti morbosi e pruriginosi.

 

"Insomma l’omosessualità, se trattata come realtà di vita, lungi dal suscitare repulsione, provoca domande, scardina certezze, in una parola, attrae interesse. C’è il gusto del proibito, ma non solo. C’è l’interesse sano verso quello che, ci si rende conto, è presente nel nostro quotidiano e vuole essere recepito nel modo più autentico spiega ancora l’autroce di Tatami -. Io penso che oggi la tv, che è poi lo specchio della società italiana o almeno ambirebbe ad esserlo, sia pronta a fare il salto di qualità. La tv oggi può e deve cominciare a trattare la normalità della condizione omosessuale. In questo anche le fiction televisive possono dare una mano, come ad esempio già avviene da tempo negli Stati uniti dove in tutte le serie televisive c’è un personaggio gay". In buona sostanza, il mezzo televisivo ha adesso tutte le carte inr egola per cambiare linguaggio e trovare le parole giuste per raccontare una realtà che esiste e che il resto della società è pronta ad accettare. Se non fosse per la politica. "E’ vero che alla fine purtroppo è proprio la politica e suoi esponenti, così ‘vecchi’ non solo anagraficamente, a risultare indietro. E qui il tema dei diritti è centrale. Fino a quando le coppie omosessuali dovranno vivere nella clandestinità qualcuno si sentirà autorizzato a bollarle come ‘stranezze’, come ‘diversità’ da emarginare. E la televisione si sentirà legittimata a soffermarsi sul folklore piuttosto che su una sana normalità". 

A porre la questione su un altro piano ci pensa Massimo Arcangeli, giornalista e linguista che provocatoriamente, ma neanche tanto, sostiene che, invece, dovrebbe essere a comunità gay stessa a sdoganare, facendoli propri e quindi liberandoli dalle accesini negative, alcuni termini che invece adesso vengono percepiti come offensivi: ‘frocio’ e ‘checca’, giusto per fare due esempi.

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"Se una parte della comunità gay americana, con la fondazione della New Queer Politics, ha deciso di impossessarsi del termine dispregiativo queer non è poi così difficile capire perché: non solo gay, come è stato scritto, ‘suggerisce un’immagine stereotipata dell’omosessualità’, ma impadronirsi dell’offesa è rivendicare orgogliosamente la propria identità sessuale – spiega Arcangeli -. Qualcosa di simile è avvenuto presso la comunità dei neri americani, alcuni dei quali, in barba a ogni possibile sostituto neutro o eufemistico, si sono autoassegnati tempo fa un termine fortemente denigratorio come niggers. E si pensi ancora alle attiviste del movimento americano Women’s Liberation, che si sono appropriate, negli anni Settanta, di termini come dyke ‘lesbica’ ma con valore dispregiativo". A volte, quindi, è l’estrema ricerca dle termine che risulti il meno offensivo possibile che può diventare una gabbia troppo stretta. 

"Il perbenismo politicamente corretto, se portato all’eccesso, è insostenibile. I gay, voglio fare una provocazione, non è male se dicessero ogni tanto di sé di essere froci; anzi, se dicessimo tutti di essere anche un po’ froci, il termine forse alla fine si neutralizzerebbe, o perderebbe molto del suo potenziale offensivo, perché spiazzerebbe chi lo utilizza per denigrare. Un modo per disinnescare l’offesa. Nascerebbero sicuramente altri termini, ma se ogni volta li si facesse propri verrebbero a loro volta neutralizzati". E continuando nella provocazione, Arcangelicontinua: "Se un giorno gay si sostituirà ovunque a frocio o a checca o a qualunque altro termine denigratorio non potrò che rallegrarmene.  Non perché mi sarò però convinto che sarebbe semplicemente meglio usare gay piuttosto che frocio o checca. Perché mi sarò convinto invece che, agli occhi del mondo, saremo diventati tutti finalmente gay; non ci saranno più froci, semplicemente, perché saranno venute meno le ragioni per rivendicare con coraggio e orgoglio l’appropriazione di una parola offensiva".

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