Gay in TV, lo stile giusto per parlarne

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La televisione può educare il pubblico ad accettare e riconoscere i cambiamenti della società, ma ci vogliono professionisti preparati e meno amore per lo scandalo.

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Come aveva preannunciato Gay.it, da un paio di giorni va in onda il nuovo spot della Renault Twingo, in cui il figlio scopre che il padre è una drag davanti ad una discoteca e, superato l’imbarazzo iniziale, gli chiede di tenergli il posto nella fila. Divertente, fresco e privo di qualsiasi stereotipo, questo spot è un esempio di come si possa parlare di realtà lgbt senza cadere nel luogo comune e senza fingersi scandalizzati.  E se non fosse che è già lo spot di una casa automobilistica, potrebbe benissimo essere quello dell’agorà dal titolo "Le parole per dirlo" voluto da Paola Concia, in programma per giovedì prossimo presso la Camera dei Deputati. Tra gli ospiti ci sarà anche il giornalista Paolo Colombo.

"Parlare di omosessualità in maniera realistica è una cosa che si può fare benissimo anche in televisione – spiega Paolo Colombo, giornalista sportivo de La7 che ha da poco fatto coming out -. Basta trovare il modo e lo stile giusto. Nella puntata di Victory, la mia trasmissione che andrà in onda il prossimo 5 dicembre, parlo molto di omosessualità nel mondo dello sport a dimostrazione che è del tutto possibile farlo. Purtroppo spesso alcuni colleghi preferiscono affrontare la cosa in modo che il risultato sia il più scandalistico possibile, perché fa più effetto ed è più facile. E’ successo anche con la mia storia, che un giornalista di un quotidiano genovese ha raccontato semplicemente copiando quello che aveva trovato in rete e tagliando le mie dichiarazioni a modo suo. Chiaramente il risultato è stato un disastro, a cominciare della solita confusione che fanno tutti tra ‘outing’ e ‘coming out‘". 

E a volte è proprio l’impreparazione e la scarsa conoscenza della realtà lgbt a falra da padrona ed a dare adito a mistificazioni, tabu e pregiudizi. "I mass media sono e dovrebbero essere uno strumento di educazione – continua Colombo -, ma l’educazione dovrebbe partire dalla scuola e delle famiglie perché i giovani sono più pronti ad affrontare determinate tematiche in modo aperto e libero. Certo, la tv ha un ruolo determinante: se mi facessero condurre una trasmissione esclusivamente gay, che avesse uno scopo educativo, lo farei molto volentieri".

"Questo è un paese bacchettone e arretrato in cui ancora chi commissiona la pubblicità si crea il problema di turbare la sensibilità di qualcuno – spiega Agostino Toscana, socio e Art director della nota agenzia pubblicitaria ‘Saatchi & Saatchi’ -. Per questo la pubblicità in Italia è ancora un passo indietro nella rappresentazine della vita delle persone lgbt rispetto ad altri paesi europei". Nella sua lunga carriera di publbicitario, Agostino Toscana è stato testimone dei tanti cambiamenti che hanno riguardato questo settore e il linguaggio che viene adoperato. "Più i media sono naturali, più sono utili ad abbattere stereotipi. Ma la pubblicità, in questo senso, è il mezzo meno ideologicamente naturale perché è voce del marketing e risponde a regole precise dettate dal mercato e dalle esigenze del committente. Lo spot Renault in onda in questi giorni è raro per grazia ed ha un tocco molto disincantato in cui la drag è il simbolo di qualcosa che una volta destava scandalo e ora non più. Una chiave di lettura potrebbe essere che se chi guarda la clip è una persona che non si scandalizza più per certe cose, allora è pronta per quel prodotto".

"Il giorno in cui le campagne pubblicitarie in cui si vedono due uomini o due donne che si baciano non saranno usate per creare scandalo, ma per sottindere amore, avremo raggiunto lo scopo che tutti perseguiamo – auspica Toscana -. Ma c’è molta strada da fare in Italia. Io sono riuscito a inserire una storia gay una sola volta, anni fa, in uno spot per un’automobile. Era la storia di un poliziotto che abbordava in ragazzo dopo averlo fermato per un controllo. Ma in quel caso il committente voleva rivolgersi ad un pubblico specifico tramite un medium di settore. C’è bisogno di committenti illuminati per potere parlare di omosessualità nella pubblicità. Incontri come quello di giovedì prossimo possono essere un passo sulla strada ancora lunga che c’è da percorrere".

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