Sanremo: colpi di scena ed emozioni vere

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La cronaca della prima serata. I cantanti, gli ospiti, le esibizioni, i primi eliminati. Tutto quello che vi siete persi della serata inaugurale del Festival targato Paolo Bonolis.

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Ci siamo, si parte. Ora 21:09, con un minuto di anticipo e dopo mesi di polemiche, di abili e discutibili strategie di marketing, di testi e canzoni di cui tutto si diceva ma nulla o poco si sapeva, la 59ª edizione del Festival della Canzone Italiana ha inizio. Come annunciato è la voce di Mina ad avere l’onore dell’apertura. I fuochi d’artificio che seguono sono rigorosamente registrati, e chi era a Sanremo lo sa bene. Alle 21:20 è il momento delle dotta citazione, del resto si sa, a Bonolis piace fare l’erudito: "A che serve passare dei giorni se non si ricordano". La citazione è di Cesare Pavese e serve ad introdurre la tradizione della gara. Ore 21:21, a tempo di record, si canta. La prima, come da scaletta, è Dolcenera, con  un look nuovo ed una canzone sull’amore che a Sanremo fa sempre il suo effetto.

Alle 21:33 il livello precipita, prima con l’ingresso di Luca Laurenti, ed una immancabile "gustosa" gag con un Bonolis in finto imbarazzo, poi una lunga telepromozione, poi l’immancabile valletta bonazza che prima inciampa fisicamente e poi verbalmente nel presentare il re dei reality "talentuosi". A cantare è Marco Carta: lascia a casa la voce, stona, presenta una canzone improbabile accompagnata da una pessima esecuzione, ma di sicuro non avrà deluso i suoi piccoli fans. 

21:55 sale sul palco Patty Pravo, un mito della musica italiana, attesa e lungamente applaudita dal pubblico, la performance però non è delle migliori, ma la canzone c’è, e forse merita più ascolti per essere apprezzata. Una lunga pausa pubblicitaria, ed un collegamento con Miguel D’Escoto, Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in collegamento in diretta da New York, spezzano un ritmo sin qui sostenuto e ansiogeno. Si riprende a cantare e Marco Masini ci regala la sua retorica incazzata e populista, su tutte spicca la perla: "E’ un paese l’Italia dove un muro divide a metà La ricchezza più assurda della solita merda Coppie gay dalle coppie normali".

Alle 22:18 è il momento della seconda gag, imbarazzante più della prima, e degna della miglior commediaccia scollacciata anni Settanta. Entra il modello Paul Sculfor e Bonolis incalza Laurenti: "Lei è qui per aiutarmi? E allora lo faccia, sia gentile, mi aiuti, per Paul è la prima volta", e inevitabile segue la battutaccia: "E proprio con me deve essere la sua prima volta?". Olè. Ma è prima della seconda interminabile telepromozione che arriva finalmente una vera emozione: canta Francesco Renga avvolto da un fascio di luce rossa, la canzone è "Uomo senza età", la voce è sicura, calda, intonata.

22:30 Bonolis presenta l’uomo le cui apparizioni sono sinonimo di evento tv, il clown intelligente, il divulgatore dantesco, il giullare e la voce della coscienza: Roberto Benigni. Il suo è un fiume in piena, spazia da Berlusconi: "1 metro e 70 secondo gli organizzatori, 1 e 59 per la questura", alla sconfitta del PD in Sardegna: "Veltroni ti trovo io lo slogan per le prossime elezioni: rialzati Valter!", a Mina: "Son rimasti in due a mandare filmati, lei e Bin Laden". Ma il meglio lo riserva per la chiusura, parla dell’amore, di quell’amore che "rende liberi gli uomini", di quello stesso amore che nei secoli ha condannato, torturato, ucciso degli uomini solo perché amavano degli altri uomini. "Gli omosessuali da millenni sono accusati di essere fuori dal piano di Dio, ma solo la stupidità è peccato!". E chiude con un monologo toccante, commovente, emozionato. Cita Oscar Wilde e la sua lettera all’amante Alfred Douglas. Commozione e standing ovation dal pubblico dell’Ariston.

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Alle 23:07 si ricomincia a cantare tra una gag e l’altra: Laurenti facendo finta di scoprire che tutti sul palco non possono fare a meno del gobbo elettronico, rivolgendosi al "primario" Bonolis: "Ma tu non sei un presentatore, stai a fa’ il karaoke".

0:06 Bonolis presenta il cantante in gara in modo neutro: "Come nasce una canzone? A volte capita semplicemente di ascoltare in treno una storia". Sul palco c’è Povia. Un attimo di silenzio, si sente un fischio isolato dalla platea, e parte il brano. E’ un rap, Povia guarda fisso davanti a sé, come se volesse sfidare qualcuno. Le parole scorrono dietro in giochi grafici curati ed accattivanti. L’arrangiamento musicale non è male, il contraltare vocale della corista è riuscito, ma il testo, saremo anche scontati nel sottolinearlo, è davvero un’accozzaglia di banalità. Trascuriamo, perché sicuramente di parte, l’aspetto sul "cambiamento", ma è davvero possibile, come fa Povia nella sua canzone, ricondurre tutti i mali di un’esistenza irrisolta, ad una madre oppressiva "per non tradire" la quale Luca finisce per gettarsi tra le braccia di un uomo? Povia chiude l’esibizione, ed affida la sua "difesa" ad un cartello: "Nessuno in fondo sa com’è fatto un altro". Applausi di rito, e se ne va.

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