Selvaggia Lucarelli: “I dieci piccoli infami che mi hanno reso una persona peggiore”

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Il nuovo libro, il ritorno in Tv con Il Fatto Quotidiano, le Invasioni Barbariche e gli strani incontri in tribunale.

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La migliore amica che tradì la sua fiducia dopo cinque anni di complicità ininterrotta. Un parrucchiere anarchico, poco incline all’ascolto delle clienti e molto a gestire taglio e colore in assoluta libertà.

Il primo ragazzo a essersi rivolto a lei chiamandola, gentilmente, “Signora”. Un ex fidanzato soprannominato Mister Amuchina per la sua ossessione paranoide verso l’igiene e la suora che avrebbe voluto fare di lei la prima “Santa Selvaggia” della storia. Questi sono solo alcuni dei dieci personaggi inseriti dalla tanto amata, quanto temuta, Selvaggia Lucarelli nella sua personalissima blacklist. Un girotondo di piccoli infami che, più o meno inconsapevolmente, l’hanno trasformata anche solo per pochi minuti in una persona, per sua stessa ammissione, peggiore. ‘Dieci piccoli infami’, arriva oggi in tutte le librerie, dopo il successo inarrestabile del primo romanzo Che ci importa del mondo, non è solo una rassegna di incontri sciagurati, ma una vera e propria resa dei conti. E, a pochi giorni dalla presentazione in quel di Milano, la penna più insidiosa, ironica e dissacrante d’Italia, si racconta come non ha davvero fatto mai tra passato, presente, futuro e ‘tribunali’. Ah: si salvi chi può.

La prima domanda è semplice: perché, dopo il successo del tuo primo romanzo, sei passata ad un altro tipo di scrittura?

Non direi che è un altro tipo di scrittura, anche perché la mia scrittura è talmente riconoscibile che se la cambiassi penserebbero che abbia assunto un ghostwriter. Semplicemente volevo sperimentare una forma di narrazione più breve. Io sono prolissa, strabordante, barocca. Il mio primo romanzo era di 600 pagine e a un certo punto, nello scriverlo, mi ero fermata solo perché Rizzoli mi avrebbe pubblicata in fascicoli. Questo ne conta 200. Però non ci sono figure. 

Partiamo dal titolo: Dieci Piccoli Infami. Potrebbe sembrare un omaggio ad Agatha Christie, ma sarà realmente così? 

No, l’idea mi è venuta vedendo ‘Tredici’, la serie americana in cui la protagonista, prima di suicidarsi, registra 13 cassette ognuna delle quali dedicata a una persona che l’ha, in qualche modo, spinta a compiere quel gesto. Senza drammi, io mi sono domandata chi sono le persone a cui manderei una cassetta, pur sopravvivendo. Ho buttato lì una lista e mi sono resa conto che avevo tante cose irrisolte della mia infanzia-adolescenza. Almeno 5 capitoli sono dedicati a quella parte della mia vita: alla suora che mi terrorizzava alle medie, alla compagna di classe che mi ha delusa, a quella notte in cui mi sono persa in un bosco e a quella Miss che mi ha rovinato una vittoria. E poi ci sono anche gli infami più recenti: naturalmente tutti uomini! 

Parli, nel libro, di incontri sbagliati. Ma realmente incontri sciagurati possono renderci persone migliori?

La frase che apre il mio libro è “non vediamo le cose per come sono, ma per come siamo”. Ecco: è la lettura e la decodificazione di quello che ci accade che fa la differenza e non il fatto in sé. Però non siamo mica tutti capaci di elaborare le esperienze negative al meglio. C’è chi di fronte ad una delusione si incattivisce o si inaridisce, chi sviluppa una maggiore sensibilità, chi diventa rigido, chi impara a perdonarsi e a perdonare e chi si vendica. Io, ad esempio, da Ballando con le stelle sono uscita una persona peggiore perché un paio di concorrenti li avrei strozzati a mani nude, mentre dalle mie relazioni amorose, specie quelle in cui sono stata mollata, sono uscita migliore. Ho imparato ad accettare le sconfitte.

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La copertina, della quale vai orgogliosa, da quale idea nasce?

C’è un’utilitaria perché uno dei capitoli è dedicato a un uomo con cui finii su un’utilitaria da adolescente. E furono i 10 minuti più lunghi della mia vita. E poi ci sono alcuni dei protagonisti. Non riconoscibili perché altrimenti avrebbero chiesto  al loro avvocato di fermare la distribuzione nelle librerie. 

Ne racconti dieci, ma vorrei partire dall’undicesimo, da quello che avresti voluto, ma che poi, per chissà quale motivo, non sei riuscita a parlare…

Uh, ne ho almeno cinquanta di undicesimi capitoli non scritti. Alcuni li ho scartati perché troppo riconoscibili, altri perché non degni neppure di indossare una veste letteraria, altri ancora perché per me scrivere di fatti realmente accaduti è ripercorrere in maniera viva, quasi tattile, le cose che mi sono accadute e, secondo me, un paio di persone, anche a distanza di anni, le sarei andate a cercare sotto casa. C’era un capitolo che avevo intitolato “mamma”, ma l’ho scartato. Non era una resa dei conti, era un capitolo malinconico sui perché non ci siamo mai capite fino in fondo io e mia madre, ma poi ho deciso di scartarlo. Mia mamma c’è, se ho cose da dirle non lo devo fare attraverso un libro. Poi faccio la fine di quelli che vanno da Maria De Filippi, a C’è posta per te perché non si parlano da 25 anni con la nonna che abita sullo stesso pianerottolo. 

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