Perché Sense8 é molto più di una serie sci-fi

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Cosa ci rende umani? Sono forse i nostri corpi, le nostre convinzioni, i nostri sentimenti? Le definizioni che subiamo e co-costruiamo?

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A prima vista Sense8 sembrerebbe la solita serie Sci-Fi su un gruppo di eroi con super poteri che viene perseguitato.

La solita minestra, seppur avvincente, che da X-Men a Orphan Black ha deliziato il palato di migliaia di aficionados: arti marziali, effetti speciali, esplosioni, bellissime location che attraversano tutto il globo, qualche vena di romanticismo fra l’eroe e l’eroina di turno e molto, moltissimo, sesso in puro stile Netflix.

A rifletterci bene però Sense8 è molto più di questo (o almeno ci prova). Come Matrix negli novanta non era il solito film d’azione, anche questo show sembra non essere la solita serie TV. E’ ciò lo si deve principalmente alle menti dei suoi ideatori, Lana, Lilly Wachowski e J. Michael Straczynski.  Le sorelle Lana e Lilly fino a qualche tempo fa erano conosciute ai più come i fratelli Wachowski, creatori appunto della mitica trilogia di Matrix. Da qualche anno le due registe hanno iniziato una transizione che le ha portate a rivelare al mondo la loro identità di genere. Sense8 è figlio, senza alcun dubbio, anche di questa transizione. Lo è nelle riflessioni che propone sul ruolo delle identità e sulle differenze che essa crea nel mondo globalizzato. Lo è nella rappresentazione simbolica della lotta fra maschile e femminile attraverso l’esaltazione grafica dei corpi – nudi, aggrovigliati, in estasi – e dei desideri che uniscono persone differenti in luoghi lontanissimi in un unico racconto. Lo è nelle domande che pone sul ruolo della tecnologia che contestualmente unisce e divide milioni di persone e sul suo rapporto con l’evoluzione della specie umana.

Al centro della vicenda ci sono un gruppo di uomini e donne che vivono in diverse parti del mondo e che apparentemente non hanno in comune nulla, né la religione, né l’orientamento sessuale, né il censo. Questi otto sconosciuti all’improvviso scoprono di essere collegati telepaticamente ed empaticamente.  Scoprono cioè di essere persone “senzienti”, ovvero riescono a sentire le emozioni e vivere le esperienze l’uno dell’altro. Questa scoperta sconvolgente appiattirà ogni differenza culturale, sessuale, economica e permetterà all’uno di penetrare nella vita dell’altro attraverso una connessione psichica che abbatterà ogni distanza geografica. Tutto questo per dire che nessuno di loro sarà più “solo” o peggio “unico”, potendo vivere nella pelle dell’altro. Ovviamente, come nel classico plot da sci-fi, ci sarà una super cattiva organizzazione che cercherà di braccarli, utilizzando i canali del potere politico, militare ed economico; non mancheranno inseguimenti, esplosioni e sparatorie da mozzare il fiato e persino una fantastica ladykiller coreana esperta in arti marziali che sembra uscita da un action movie di Hong Kong; e che dire di Darylin Hannan, splendida, nel ruolo di madre dei “senzienti” vestita da angelo caduto in disgrazia. Al di là di tutto ciò, però, rimarrà sospesa una domanda insormontabile che attraversa la trama dello show (e le vite di tutti noi): cosa ci rende umani? Sono forse i nostri corpi, le nostre convinzioni, i nostri sentimenti? Sono le vite che indossiamo ogni giorno? Le definizioni che subiamo e co-costruiamo? O c’è qualche forza superiore?  I nostri desideri, per esempio?

In questi dilemmi immensi, s’insinua la divisione binaria fra maschile e femminile, fra etero e omo, fra bianco e nero, fra “noi” e loro, che troppo spesso ci fa dimenticare la nostra comune umanità. J. Michael Straczynski, co-ideatore della serie, ha dichiarato all’Independent che l’idea di partenza condivisa con le sorelle Wachowski ruotava proprio attorno alla convinzione che la tirannia vince, quando riesce a dividere l’umanità intorno alle linee del genere, alle idee politiche, eccetera. “Siamo convinti” dice Straczynski “che stiamo meglio insieme rispetto a quando siamo divisi, che ciò che ci lega – la moneta comune della nostra umanità, i nostri sogni e le speranze, è più forte e più importante di ciò che ci divide. È una grande idea, ma come si fa a metterla in scena?”.

Questa sfida è stata raccolta da un colosso come Netflix, che ha permesso alla produzione di spostarsi in otto paesi diversi e nove città (Città del Messico, Berlino, Reykjavik, Londra, Mumbai, Chicago, San Francisco, Nairobi, Seul), realizzando un prodotto spettacolare, nel senso più letterale del termine. I luoghi, i corpi, le scene d’azione sono spettacolari come fossero tutti parte di un’unica danza cosmica. Ovviamente, non c’è bisogno di dire che si tratta di una delle serie TV più LGBTQ friendly di sempre: con diversi personaggi queer, fra cui spicca la splendida Jamie Clayton nel ruolo di Nomi, donna transgender e genio informatico.

L’auspicio che le intenzioni nobili degli autori non si facciano risucchiare da questa spettacolarità e che la seconda serie – prevista per il 5 maggio, nonostante sia stato rilasciato recentemente uno special di un’ora e mezza pubblicato per natale – non si perda nell’autocompiacimento narrativo ed estetico (come fecero, purtroppo, i due sequel di Matrix rispetto all’originale).

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