Yang Shi: “La mia strana storia gay, made in China”

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"I cinesi della Cina mi davano del banana: un modo dispregiativo per dirmi che mi stavo occidentalizzando davvero troppo."

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«Era il marzo del 1990 e, a soli undici anni, stavo volando verso l’Europa insieme a mia madre. Per tutto il viaggio me ne restai con la testa appoggiata al sedile. Era la prima volta che volavo, mi facevano male le orecchie, avevo un po’ di nausea, e mi spaventavo ogni volta che l’aereo traballava.»

La storia dell’attore Shi Yang Shi, pubblicata da Mondadori nel libro Cuore di Seta, arrivato in Italia a soli undici anni e cresciuto in condizioni non proprio facili, è una di quelle storie che tutti meriteremmo di leggere. Oggi Yang, attore, ex Iena, scrittore e traduttore, si gode un periodo particolarmente felice della sua vita e parla, senza dimenticare il passato tra venditori ambulanti e massaggiatori, della sua nuova vita, dell’insolito coming out paragonato ad un triplo sarto mortale, del compagno Angelo Cruciani, del desiderio di paternità e di quando diceva: “In Italia è più difficile essere gay, che cinesi!”.

Perché hai deciso di raccontare la tua vita in un libro?

È stata una sorta di scommessa personale, ma anche una commissione da parte della Mondadori. Quando mi venne data questa possibilità, all’inizio, dissi di no. Ero troppo impegnato, con altre persone, a salvare il Compost di Prato che era uno spazio dedicato al teatro indipendente. 

E siete riusciti a salvarlo?

No, e non sai che dolore! Ci ho passato sette anni della mia vita.   

Quando si scrive un libro così personale non hai paura che qualcuno possa pensare: ma chi se ne frega?

(ride, ndr) Questa domanda me la sono posta in un secondo momento, forse perché coperta dal mio ego smisurato. Mi sono chiesto, più volte, se i fatti privati della mia vita potessero interessare o disturbare qualcuno, in particolare modo i miei genitori e la mia famiglia. C’è un detto cinese che dice: ‘Le bruttezze della vita non vanno mai raccontate all’esterno.’ 

E trovavi risposta a questa tua domanda?

La trovavo nella commissione della Mondadori! Mi fecero notare che ero l’unico cinese che avrebbe potuto raccontare e raccontarsi in un modo tutto nuovo. In fondo ero l’unico cinese che aveva fatto uno spettacolo sulla sua seconda generazione. Porterò Tong Men-G l’1,2 e 3 dicembre al Teatro Verdi di Milano, mentre il 15 dicembre sarò a Savigliano, vicino Torino

Il titolo: Cuore Di Seta. Perché?

Ho scelto la parola Cuore perché è una delle poche cose che ci rende tutti uguali. Puoi essere giallo, bianco, nero, ma il cuore è lo stesso per tutti. Mentre ho scelto la Seta perché rappresenta quella bellezza antica di cui porto il DNA culturale ed è bene ricordarselo sempre. Non siamo solo cinesi della nuova globalizzazione, ma siamo anche operai che muoiono carbonizzati nella fabbriche , come la triste vicenda di Prato del 1 dicembre. 

La domanda può sembrare banale, ma forse non lo è. Il libro è stato scritto in italiano, o in cinese?

In italiano. L’italiano è la lingua che uso per scrivere i miei sogni e oggi posso dire tranquillamente che scrivo meglio in cinese, che in italiano. 

Si parla sempre più della poca tolleranza italiana nei confronti degli immigrati. Con te, gli italiani, come son stati?

Il merito è sicuramente del colore della mia pelle se non mi son mai sentito dire: ‘negrone di merda’, ma ho sentito tante volte il dispregiativo ‘cinesino’. Dietro quel cinesino non si nascondono solo dei cliché sulle dimensioni, ma delle vere e proprie percezioni dell’altro, su di noi, come persone inferiori. È successo, ma niente di così sconvolgente. A Prato, invece, ho notato una forte incomunicabilità tra la comunità cinese e quella italiana. 

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In una vecchia intervista hai anche detto che in Italia è più difficile essere gay, che cinesi. Lo pensi ancora?

All’epoca, quando rilasciai quell’intervista, non c’era ancora la Legge Cirinnà.

Pensi che se il tuo coming out fosse stato fatto in Cina sarebbe stato tanto diverso?

Sarebbe stato sicuramente più difficile. Molto più difficile. Come molti cinesi che ho conosciuto, sarei dovuto scappar via. Io, poi, vengo da Jinan, una città molto, ma molto, conservatrice, capitale della provincia di Shandong. Uno dei maggiori tradimenti, in quella realtà, è l’assenza di prole.

Che ricordi hai del tuo coming out?

Ne parlo dettagliatamente nel libro. Potremmo definirlo come una sorta di triplo salto mortale, se vogliamo.

Come fu?

Particolare a dir poco, visto che ne ho fatti tre: uno con mia madre, uno con mio padre e uno con i miei compagni. Quello con i compagni di scuola fu drammatico, ero persino rappresentate d’istituto ai tempi. Con mia madre ci fu una sorta di comprensione, dopo diverse domande, mentre con mio papà fu molto più faticoso. Lui è un uomo molto sanguigno. Proprio come un siciliano purosangue. 

Quanto ti ha aiutato il buddismo a superare quel momento?

Tantissimo. Ho iniziato a praticarlo nel 2010, proprio qui in Italia. I cardini filosofici di questa religione, come la legge del karma e la relazione tra causa ed effetto, mi hanno aiutato a gestire il rapporto con la mia famiglia in un modo più saggio ed equilibrato. 

Come vive la comunità cinese la sessualità?

Sul tema della sessualità sono ancora molto indietro, anche se stanno iniziando a fare dei piccoli passi in avanti. Sullo YouTube cinese, ma anche in diversi programmi televisivi, ad esempio, ci sono dei video che raccontano l’omosessualità, anche in modo scherzoso. Mi ha colpito molto, in particolare, un’intervista fatta in una macelleria di periferia, in cui il proprietario, uomo molto tradizionalista, ha detto candidamente di non avere problemi ad accettare gli omosessuali. Secondo una famosa antropologa cinese, però, la situazione è molto simile a quella del medioevo.

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