DURI, RASATI E GAY

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Hanno origine dai movimenti neo-nazisti, e da quelli traggono il loro carico di machismo da caserma. Sono gli Skinheads omosex, creatori di una nuova cultura ed estetica. Eccoli...

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Skinheads gay, ovvero l’attrazione per l’opposto. L’immaginario omoerotico che si veste coi panni del nemico. Gli skinheads, movimento complesso che nasce nell’Inghilterra proletaria alla fine degli anni sessanta da una costola dei teddy boys, fa del machismo un punto di principio oltre che un’ostentazione.

Nato dalla protesta armata della working class, il movimento subisce successive divisioni, dalla più importante, quella fra sinistra e destra, anarchici e nazisti, a quella, minimale, fra supporters delle squadre di calcio. Si crea una colonna sonora prettamente skin e nasce la musica Oi (i concerti sono stati un grande momento di aggregazione e di scontro per le diverse fazioni).

L’atteggiamento arrogante e a volte violento degli skins mal si concilia con la tolleranza verso gli omosessuali, creando, anzi, diversi problemi di sicurezza nei pressi di locali gay. Ma nei primi anni ’90, con il consolidarsi del Pride, anche all’interno di classi sociali meno abbienti, nasce il G.A.SH. (Gay Aryan Skinheads), movimento nazionalista gay, con sfumature naziste.

Diversa è la posizione del R.A.SH. (Red Anarchist Skinheads), orientato su posizioni anarchico – situazionista, dove sono confluiti molti rappresentanti omosessuali della cultura skin.

Ad oggi su internet si sprecano i siti skinheads gay, senza pornografia, ma con tutto ciò che piace alle teste rasate, stivali, musica Oi, bretelle, capelli a zero e rotwailers.

Proprio questa nuova cultura skin, fra adolescenzialismo ribelle e cameratismo, fa da scenografia al romanzo di Don De Grazia “American Skin“. Ambientato in un quartiere popolare di Chicago, il racconto è l’epopea del giovane Alex Verdi, che dopo l’arresto dei genitori per droga, viene accolto sotto l’ala protettiva di Tim Penn, leader di una gang di skinheads antirazzisti.

In una specie di comune per sbandati, fra Doc Martens, tatuaggi e rasature, risse con l’opposta fazione di naziskins, Alex riceve una sorta di educazione sentimentale e sociale. Per il tono romantico e scorrevole della prosa e per l’energia giovanile, alcuna critica benevola ha visto in Alex Verdi un nuovo giovane Holden. Sicuramente siamo di fronte a un libro meritevole, ma che non risparmia al lettore una pesante dose di sesso, droga e violenza.

Di diverso tenore è l’inchiesta del giornalista americano Murray Healy “Gay Skins: Class, Masculinity and Queer Appropriation“. Nel saggio Healy contesta il mito della mascolinità costituito ed evidenziato dallo skinhead gay, che arriva a sfidare i preconcetti sulle classi sociali, l’omosessualità e lo stereotipo del “vero maschio”. Decostruendo “l’autentica mascolinità” degli skins, si individua il parallelo fra l’estremo machismo e il desiderio e la fantasia omoerotica. Healy suggerisce che la vita degli skins gay ed etero è fortemente simile, ma gli skin gay hanno il merito di essere l’unica subcultura giovanile veramente “nuova”, che ha radicalmente cambiato la scena queer, esteticamente, ma anche socialmente e politicamente.

sono mancate le critiche a questo lavoro, specialmente da parte della comunità gay di San Francisco che, in passato, ha avuto seri problemi con bande di skins non proprio amichevoli.

Tuttavia gli estimatori del genere troveranno un dettagliato documento su un fenomeno consistente e in crescita, sia in Europa che negli USA e molto popolare fra i giovani queer.

di Paola Faggioli

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