Viaggio in Marocco, storia di M: bisogna essere discreti

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L'idea di andarsene per M. non ha nulla a che fare con il sostentamento, ha a che fare con la realizzazione di sé come ventenne e come omosessuale.

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Ho passato un po’ di tempo in Marocco. Ci sono stato due volte negli ultimi tre mesi. Non ero mai stato in nessun paese musulmano prima. Ci sono andato un po’ per lavoro e un po’ per curiosità, cari amici milanesi ci passano un sacco di tempo ormai da anni e tutti mi parlavano di quanto fosse un posto incredibile.

Marco che è di Milano e che conosco praticamente da sempre è stato la mia guida. Ormai passa metà del suo tempo lì, ha cambiato un po’ vita e ‘fa business’ come si direbbe nel peggior idioma meneghino, tra turismo e retail locale.
Dire che ho visto il Marocco però è sbagliato. Ho visto Marrakech.

Marrakech è in Marocco ma non è proprio il Marocco. Basta chiedere e te lo dicono tutti, lì, che ‘Marrakech c’est Marrakech’.
Sta lì in mezzo al deserto, meta di pellegrinaggi e scorribande di europei in cerca di esotismo e fiesta decadente, coi suoi campi da golf invasi di fenicotteri e gli hotel a 5 stelle, le piscine chilometriche, aperte 365 giorni all’anno, sempre a 28 gradi.

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Ibiza dei ricchi abitanti del Golfo e gita fuori porta per chi vive e fa soldi a Casablanca. Casà per i locals, capitale morale e finanziaria del paese, proprio come viene definita Milano da noi in questi tempi floridi. Casablanca però è una Milano più anni 80, una Casablanca da bere.
Il modo più banale per definire Marrakech è dire che è una ‘città piena di contraddizioni’.

Una contraddizione però è l’identificazione di una proposizione con il suo contrario.

Mentre coò che si nota stando lì, è come quello che da noi viene percepito come in opposizione in realtà conviva in uno stato che non è di tolleranza ma proprio sistemico, si direbbe sincretico.

Probabilmente Marrakech è una bolla. Te lo dicono davvero tutti lì che Marrakech c’est Marrakech.
Ha le sue regole e funziona, microcosmo olistico.

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Di certo non stupirebbe vederci accostato ‘What happens in Marrakech stays in Marrakech’. Una Las Vegas africana.
Se ci si va in vacanza da gay euroepo avventuriero si ha probabilmente il mito di Yves Saint Laurent e della sua villa da imperialista cortese, i giardini Majorelle con la botanica rara installata ad hoc, ci si entra per 7 euro, si sgomita un po’ tra turisti americani con lo zaino e le infradito e altri più attenti alla coerenza di look, che sfoggiano outfit decontracté dalle influenze arabeggianti non meglio definite. Si può sbirciare la villa, ancora di proprietà di Pierre Bergé, che chissà se ogni tanto dalla finestra getta uno sguardo al mondo. A quel che è diventato.
E in effetti fa strano che ad oggi uno dei maggiori luoghi di interesse della città, quasi un milione di visitatori l’anno, sia il lascito di un colonialismo all’arma rosa, indiscutibilmente gay.
Gay in un paese dove l’omosessualità è un reato. Dove per essere precisi La sezione 489 del Codice Penale del 26/11/1962 prevede che atti libidinosi o innaturali con individui dello stesso sesso sono puniti con ammenda da 120 a 1000 dirham (dai 12 ai 100 euro circa in un paese dove lo stipendio medio si aggira intorno ai 250 euro mensili) – e da 6 mesi ai 3 anni di prigione.
Ed è solo un esempio di come l’omosessualità qui non sia però una bestia nera. Non c’è la caccia ai gay come in Tunisia, non c’è la delazione dei vicini di casa e nemmeno i profili trappola della polizia sulle dating app per scoprire giovanotti discinti e in flagranza di reato.
C’è da essere discreti, quello sì, te lo dicono tutti qui. Se sei discreto nessuno ti darà noia.
Discrezione che diventa valore accettato e condiviso, e quindi una delle cause che annullano la rivendicazione e rallentano il processo di accettazione.

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Discrezione che in alcuni giovani gay marocchini non viene vista come unica possibilità coatta di un regime oppressivo, ma come atteggiamento retto e giusto, di cui andare fieri.
Durante la mia permanenza mi sono fatto molte domande su come vivessero i gay a Marrakech. E ho cercato di incontrarne alcuni e di fargli delle domande.
L’attività su Grindr è abbastanza frenetica e libera, tutti lo usano senza particolari premure, nella foto di presentazione ha di solito la meglio un torso nudo bordo piscina senza viso, ma pare sia uso comune e anche buona educazione inviare i propri connotati non appena si inizia una conversazione con qualcuno.
La percentuale di mercimonio non è più alta che in qualunque altro luogo dove il turismo è florido e mediamente benestante.
Ad ogni modo una volta svelate le mie intenzioni sono stati in pochi ad accettare di incontrarmi per discutere della vita gay in Marocco.
Grindr
Effettivamente certe app dio le ha create per fare altro e non mi sarei aspettato un atteggiamento diverso. Ma chi ho incontrato è stato prezioso, e contro le mie aspettattive si è trattato di ragazzi giovani, tra i 20 e i 30 anni.
Ho incontrato M. al Gran Cafè de la Poste, indirizzo storico della città, riportato agli antichi splendori da una gestione francese attenta a non perdere nemmeno un grammo del fascino coloniale tra palme, bamboo e Paul Bowles che sembra dover apparire su un divano chesterfield da un momento all’altro.
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M. ha 23 anni, e sa di essere gay da sempre, vive a Marrakech con la sorella e il suo cane. Con sua sorella ha fatto coming out e lei lo supporta e lo ama. Ha lasciato i genitori a Casablanca, papà ufficiale dell’esercito, mamma casalinga. Loro non sanno che è gay, e lui non intende dirglielo. Non ha paura della loro reazione, semplicemente è un’opzione che non esiste. Non se la sentirebbe di dare loro un tale dispiacere, di farli soffrire così tanto. Non sarebbe rispettoso, e lui da buon marocchino e da buon musulmano rispetta i genitori più di tutto il resto e di se stesso.
Mi dice che non potrebbe vivere altrove in Marocco, se non a Marrakech.

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