A CACCIA DEL VIRUS

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La stampa generalista urla contro i "bugchaser", gay che cercano in tutti i modi di farsi infettare. Ma si tratta di un mito o di una realtà? Vediamo...

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Mi sono connesso a un sito internet gay, recentemente, come potrebbe essere Gay.com, e ho cominciato a chattare nella stanza riservata ai Sieropositivi. Un ragazzo con un nick tipo nutrimiadesso continuava a dire che voleva essere “positivizzato”, cioè infettato con l’Hiv.
La reazione è stata immediata. Un tipo che chiameremo ffskin, un personaggio molto estremo con cui mi ero scambiato un po’ di aneddoti piccanti riguardanti orge varie, una voce fuori dal coro, insomma, ha subito esclamato:
– fanculo, bugchaser
E’ stato subito aiutato da altri ragazzi che si sono uniti alla conversazione:
– questi tipi sono pazzi
– è un insulto
– sono sieropositivo da 15 anni, se sapesse quello che ti combina, la farebbe finita.
Nutrimiadesso non ha più detto neanche una parola e presto ha abbandonato la chat.
Quello che questo incidente dimostra è:
a) è vero, ci sono alcuni ragazzi gay che sognano di beccarsi l’Hiv
b) i ragazzi sieropositivi non sono necessariamente interessati a dar loro una mano.
Scrivo questo perché è di questi giorni un’altra vicenda che parla di come molti omosessuali starebbero “attivamente cercando di beccarsi l’Hiv“. La ricercatrice Melissa Parker – che, giudicando dal fatto che dichiara di aver effettuato le sue scoperte su “conversazioni casuali avute per molti anni con uomini gay”, probabilmente ha frequentato le stesse chat rooms ma nel nome della ricerca – ha detto che “avere diagnosticata la sieropositività è una conferma di essere un vero gay”.

Si può capire perché i principali media generalisti vadano pazzi per questo genere di cose. E’ la famosa uguaglianza “sesso gay = sieropositività = morte”. I gay sono un mucchio di malati ossessionati dalla morte, che lottano per saltare sul treno più rapido che li porti all’inferno. Una posizione che – diciamo la verità – abbiamo sentito dire milioni di volte negli ultimi cento anni.
E’ importante non stare sulla difensiva davanti a queste affermazioni. La reazione di certe agenzie di prevenzione HIV a questo tipo di affermazioni, è di chiudere i ranghi e negare che ogni gay, ovunque, in ogni tempo, abbia desiderato diventare positivo e forse persino cercato di beccarlo.
Svolgo servizio di counselling, e ho incontrato per la prima volta un ragazzo che ammise di aver pensato che forse sarebbe stato meglio beccare l’Hiv, nel ’92. “Mi sento come se non avessi nessuna direzione nella mia vita – disse – vedo i miei amici sieropositivi ed è come se questo desse loro un calcio nel culo. Sentono di avere un qualche senso, qualcosa per cui vivere”. In realtà non voleva l’Hiv. Ciò che voleva, era smettere di sentirsi vuoto e senza scopi.
Non è una reazione bizzarra o patologica. Cosa si può dire di un ragazzo sconvolto dal dolore per la morte del suo compagno, che desidera seguirlo? E del ragazzo sieronegativo che non se la sente di affrontare 40 anni di sesso al sapore di lattice con il suo compagno di vita positivo? Se queste persone fossero eterosessuali, le guarderemmo con comprensione e parleremmo delle “difficili scelte che alcune coppie si trovano ad affrontare”. Ma se si tratta di gay, allora li si chiama bugchaser.
Ciò di cui la cara Melissa non ha tenuto conto, però, è la differenza tra realtà e fantasia. L’unica cosa che le chat room nutrono è l’immaginazione: grossi parti della fantasia più vivace e grondante, che spuntano freschi freschi dai semi piccanti dell’inconscio, delineando in maniera vivida nei dettagli ogni parte anatomica che sia possibile concepire, plausibile o no.

Una prova che la povera, innocente Melissa ha preso la fantasia per realtà, arriva quando dichiara che alcuni frequentatori delle dark “possono avere trenta o quaranta partner in una sola visita”. A questo vorrei rispondere: “Nei sogni, amica!” Se lo prendi 40 volte, innanzitutto saresti ancora lì a dimenarti quando la donna delle pulizie arriva, e poi ti procureresti una discreta piaghetta… Ciò che Melissa ha fatto è leggere o ascoltare un po’ di pornografia fatta in casa e prenderla per Vero Sesso.
La gente rende si eccita pensando a ciò di cui ha paura. E’ un meccanismo di difesa, ed è la forza che sta dietro il sesso sadomaso. L’uomo maschio e potente che viene sculacciato nella sua uniforme da cameriera francese e viene chiamato Susanna, ecco lo stereotipo di questo meccanismo.
Fantasticare sul fatto di andare a “feste del sesso” e venire “positivizzato” è un modo per immaginare di avere il controllo su qualcosa rispetto alla quale ti senti impotente: evitare l’Hiv. Questo non vuol dire che non avvenga mai: vuol dire solo che il 99% dei discorsi di questo tipo riguardano solo la fantasia. Il fatto che alcuni gay si sentano davvero impotenti è esemplificato in uno dei commenti più stringati che mi sia capitato di sentire da qualcuno che diceva di voler praticare il bugchasing. “Tu non vuoi l’Hiv, credimi – gli avevo detto io – Perché fai sesso non protetto?” “Sono solo stanco di evitare il proiettile” mi ha risposto.

Questa è la distinzione cruciale da fare nel dibattito sui bugchaser. Non c’è dubbio che sempre più gay – e sempre più gente in genere – indipendentemente dallo stato sierologico, faccia sesso non protetto. E questo si traduce in un maggior numero di infezioni: all’incirca 1700 infezioni ai danni di gay lo scorso anno contro la media di 1400 che c’era negli anni ’90.
Ma questo non significa che i gay vogliano beccarsi l’Hiv. In genere, sono piuttosto consapevoli dell’effetto drammatico che una diagnosi di sieropositività può avere sulla salute, sulla vita e sulla psiche. Né vuol dire che noi gay sieropositivi vogliamo trasmettere il virus. Tanto per cominciare, non desidero essere imputato in un processo. Poi, il mio percorso con l’Hiv non è stato facile e se incontro qualche sbarbatello che pensa che sia una cosa eccitante, gli insegno come stanno le cose. Terzo, come gli altri frequentatori della chat per sieropositivi, mi sento offeso quando qualcuno vuole usarmi, o usare il mio virus, come se fosse un accessorio S/M.
I gay si beccano l’Hiv per omissione, non per commissione. Lo prendono perché, a dispetto dei messaggi sul “preservativo sempre” degli anni ’90, continuare a fare sesso protetto non è facile. A volte è più facile assumersi il rischio e pensare che forse eviterò il proiettile anche questa volta. A volte è più facile lasciare che le cose accadano, piuttosto che fare la fatidica domanda che frena ogni bollore: “sei positivo?”. O, se lo sei, dirlo.
Ma questo non significa che tutti noi stiamo infettandoci come se fosse l’accessorio più alla moda. Lo becchiamo perché siamo umani. Non perché siamo già malati.

di Gus Cairns – Positive Nation

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