ACCETTARSI SIEROPOSITIVO

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Cercare di rimuovere la propria sieropositività non è certamente la maniera migliore per viverla e poter costruire una storia d'amore.

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Sono un ragazzo che da 10 anni convive con la sua sieropositività in maniera abbastanza superficiale. Questo perchè mentalmente voglio dimenticare il mio problema ma semplicemente continuare a viver come un ragazzo normale. Chiaramente me ne ricordo tutte le sere e tutte le mattine quando devo prendere i miei farmaci. Tutto va bene fino a che non comincio a frequentare qualcuno. Nei rapporti occasionali, uno è scontato che usa le dovute precauzioni, ma quando cominci a frequentare qualcuno dopo 5 o 6 mesi arriva la domanda fatidica: lo facciamo senza preservativo?. E poi il problema dovuto al fatto che magari si comincia a convivere e allora mi tocca nascondere i medicinali o addirittura evitare di prenderli per non farsi vedere. Allora avrei voglia di dirlo che sono sieropositivo, ma tutte le volte che l’ho fatto le persone si sono dileguate, o hanno cominciato a trattarmi da menomato, o peggio ancora sono caduti in depressione e crisi esistenziale.

Del reso ogni volta che cerco di affrontare l’argomento all’inizio del rapporto, non riesco mai ad essere preso seriamente, perchè la maggiorparte delle persone vuole far finta di niente. Son disperato.

E’ così che le mie storie durano al massimo sei mesi, poi con una scusa mollo e scappo per evitare ulteriori spiegazioni. Cosa devo fare? E’ possibile che abbiano tutti mettano la paura prima dei sentimenti. Sono condannato a stare solo?

antonio

Ciao Antonio,

sicuramente la tua situazione non è facile e, mentre scrivo scorrono random alcune canzoni sul mio pc, guardacaso è capitata "La cura" di Battiato.

Oggi, come saprai, la sieropositività all’HIV ha iniziato ad essere considerata una sindrome patologica cronicizzabile, quindi trattabile farmacologicamente permettendo una longevità sempre maggiore, rimane comumque una seria compromissione, per la sua potenziale pericolosità, dello stato di salute. Così il problema diventa, per chi lo vive in prima persona, RELAZIONALE. Lo stato d’animo che vivi e che sfiora momenti di disperazione (parola che significa poca o assenza di speranza), rimanda la questione agli aspetti stereotipati sociali e culturali che si sono creati attorno a questa sindrome, che si ripercuotono anche nella relazione intima con un partner.

Infatti, in questa circostanza si ri-presenta una tematica che noi gay conosciamo e, con la quale abbiamo dovuto imparare a fare i conti, in altre parole quella di nascondere, occultare, omettere, mentire, così proprio come quando, all’inizio della consapevolezza della nostra omosessualità mettemmo in atto meccanismi psicologici e comportamentali per difenderci, che ci fornivano tempo utile a comprendere cosa ci stava succedendo, per evitare la sofferenza, il giudizio, ecc. Poi, col passare del tempo, abbiamo imparato a stare con noi stessi, abbiamo scoperto che "aprirsi" all’altro e agli altri ci faceva star bene e ci permetteva sempre più di scoprire e diventare ciò che siamo, che potevamo scegliere di vivere come volevamo adattandoci, il più creativamente possibile, all’ambiente e alle circostanze! Questa dimensione del coming out, di esprimere se stessi, nelle occasioni opportune e con chi ritenevamo intimi, permetteva e permette, l’auto-definizione e la possibilità concreta di condividere un pezzo della nostra esistenza con, assieme a.

Chi è fuggito mentre "affrontavi l’argomento", o chi l’ha sentito negativamente intenso da andare in "depressione e crisi esistenziale" fino ad allontanarsi, evidentemente non era in grado starti vicino e forse, è meglio così.

E’ preferibile condividere solo con chi può permetterselo, in maniera adulta, ed è capace di stare "dentro una relazione" che presuppone, sempre, gioie e dolori, percorsi in salita e in discesa.

Allora, la tua voglia di dirlo, quando ti senti pronto nelle varie occasioni, è sana, funzionale e sarà la base che ti permetterà d’incontrare colui che potrà stare con te, accettandoti e accettandovi così per come siete.

Tu non sei solo "problemi", sei altre qualità che tutti noi in maniera diversa abbiamo, che vanno riconosciute, amplificate e "giocate" nella relazione.

Dirlo e quindi informare a tempo debito inoltre, significa avere e dare elementi per ponderare l’investimento affettivo che si va a creare con quella persona, il progetto relazionale e la possibile qualità della relazione che ne verrà fuori. Senza questo coming-out il rischio è di seminare in un campo sterile, investire nelle azioni sbagliate, illudersi di avere un futuro relazionale e allora sì che la solitudine diventa condanna!

L’autenticità è sorella della condivisione e della solidarietà e, fondamentale nell’espressione e nello scambio dei sentimenti.

Poi se ti va di considerare una mia riflessione, la solitudine può e deve essere una scelta; è invece una costrizione quando la misconosciamo, diventando così ricettacolo di paure e fantasmi. "Stare solo" non è poi così come temi, una condanna…, ma può permettere di scoprire cose nuove di noi che neanche immaginavamo.

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