AIDS: ALLARME SUPERINFEZIONI

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A Parigi è in corso la Conferenza Internazionale sull'Aids: in aumento i casi di sieropositiv che peggiornano dopo l'infezione con un secondo ceppo. Lo stato dell'arte nella ricerca...

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PARIGI – Gli scienziati stanno accumulando prove secondo cui i casi di “superinfezione” da Aids, ovvero di soggetti colpiti da ceppi diversi del virus Hiv, sono molto più diffuse di quanto non si pensasse. Questo complica ulteriormente la possibilità di ottenere un vaccino efficace.
“E’ un problema serio”, ha detto nel corso della conferenza internazionale sull’Aids di Parigi il dottor Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale malattie infettive Usa. Fra gli studi presentati al congresso, il caso di tre sieropositivi, inizialmente in buone condizioni senza prendere farmaci, che si sono ammalati alcuni anni dopo aver contratto un secondo ceppo del virus.
Un dato preoccupante, perche’ “se si riesce a ottenere una risposta efficace contro un tipo di virus – spiega Fauci – l’organismo non ha la capacita’ di difendersi da una nuova infezione. E questo ci dice che mettere a punto un vaccino e’ piu’ che una sfida”. Secondo lo specialista, e’ ancora troppo presto per prevedere quanto il problema crescera’, ma bisogna cominciare a fare i conti con le superinfezioni. Comunque, Fauci non crede che questi pazienti, se trattati, possono ulteriormente peggiorare.
Riguardo alla possibilità di avere un vaccino efficace, Giuseppe Pantaleo, ricercatore di origini italiane oggi direttore della Divisione di immunologia e allergie del Centro ospedaliero universitario di Losanna, assicura che entro tre o quattro anni sapremo quali sono i candidati anti-Aids piu’ promettenti, conosceremo cioe’ i primi risultati di alcuni studi che saranno gia’ in fase avanzata di studio clinico.
Il ricercatore commenta all’ADNKRONOS SALUTE lo ‘stato dell’arte’ dei tre pilastri nella lotta all’Aids: i progressi delle terapie farmacologiche, la comprensione dei meccanismi di risposta immunitaria, e la ricerca sui vaccini. Su questi ultimi, Pantaleo si dice convinto che “il problema, oggi, non e’ tanto il numero dei ‘candidati’ oggetto di studio”, che a suo giudizio “forse sono anche troppi”, ma “piuttosto problemi organizzativi nell’allestire, in tempi brevi, nei Paesi in via di sviluppo infrastrutture necessarie alle sperimentazioni cliniche in loco”. Ma e’ fiducioso sui risultati che potranno offrirci gli studi attualmente in corso, che appunto fra 3-4 anni forniranno i dati di fase III.

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