CHE FANNO I GAY DI MESSINA?

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Un lettore, sollecitato dalla nostra inchiesta sulla situazione gay al Sud, dice la sua. E chiama in causa Sergio Lo Giudice, presidente nazionale Arcigay. Che risponde attraverso Gay.it.

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In riferimento al nostro articolo, “Gay al Sud? Non ce ne sono…“, riportiamo la lettera di “accusa” di un nostro lettore siciliano che si firma “Matth” e la risposta del presidente nazionale Arcigay Sergio Lo Giudice.

“Sai perché gay a Messina non ce ne sono?

Ti do la mia versione, per quanto interessante o meno possa essere. Perché i gay di Messina sono stati abbandonati dal presidente Arcigay (ottimo esempio, i miei più sinceri complimenti, visto che quella è la sua provincia natale), che voleva imporre “le sue tessere” (qualcosa che mi ricorda tanto il marchio a caldo delle mandrie) e dall’altra parte della barricata invece, la risposta tanto affrettata quanto poco intelligente della “mandria” che non voleva essere marchiata, credendo di poter pascolare nella città degli arancini coi piselli e il ragù, senza essere protetta almeno un po’ dalla tessera arci. Questi ultimi mi hanno gracchiato seraficamente che anche le discoteche etero non chiedono il tesseramento, e quindi non vedevano il motivo per doverla fare. Glielo do io il motivo:

prima di pretendere la totale accettazione sociale, al pari degli etero, nella città dove canta il gallo appollaiato sul campanile, bisogna cominciare a creare locali “protetti dalla tessera” (unica arma a doppio taglio di cui siamo in possesso), intanto, e in un secondo momento, che non è possibile intravedere adesso, eventualmente passare a locali liberi da tesseramento. E’ stato così per tutte le altre città della nostra martoriata Italia. E non pretendere “tutto e subito”.

Questa invece è la pastasciutta alle sarde per il nostro Lo Giudice: anche io sono presidente di un altro tipo di associazione e, credimi se ti dico che io, fra una pulitina alle unghie e una stirata ai pochi capelli che mi rimangono, trovo il tempo da dedicare a certi problemi. Vorrai mica dirmi che il tuo tempo è più prezioso del mio? Se sì, trovati un valido aiutante, se la risposta invece è no, torna

Un attimo al di là dello stretto e fatti una riunione con i miei/tuoi poveri compaesani…

Con tutto il rispetto per ognuno dei citati, (e adesso spennatemi pure se vi può servire).

Baci.”

Matth

Questa la replica del presidente dell’Arcigay nazionale.

“Ch’è beddhu Garibardu ca mi pari
Santu Micheli Arcanciulu daveru
E’ Garibardu lu liberaturi
‘ntra lu so’ cori paura nun teni”.

Rispondo alla lettera di “Matth”, anche se faccio fatica ad interloquire con uno pseudonimo, perché la sua analisi (completamente campata in aria) della situazione di Messina mi dà l’occasione per una o due precisazioni. I gay a Messina ci sono e ce ne sono tanti. Non sono visibili e non sono organizzati. Sostenere che questa sia colpa del presidente nazionale dell’Arcigay (che è messinese, ma vive a Bologna da quasi vent’anni) significa ripercorrere un antico errore di noi siciliani: quello di pensare che il cambiamento di una situazione di disagio sociale possa arrivare grazie ad un angelo liberatore, come il Garibaldi della canzone popolare in apertura, gli americani o padre Pio.

Purtroppo (o per fortuna) le situazioni cambiano grazie soprattutto a chi opera sul territorio e, rimboccandosi le maniche, riesce a costruire opportunità là dove non ce ne sono. A questo proposito, i gay di Messina dovrebbero fare una statua non a me né a padre Pio, ma a persone come Roberta Palermo, storica presidente dell’Arcigay locale, e a pochissimi altri che ostinatamente tentano di tenere accesa la fiammella di un’associazione gay sul territorio, spesso snobbati da tanti (non certo tutti) gay locali che preferiscono cedere a quell’altro vizio, questo tutto messinese, di parlare male degli altri senza provarsi a fare di meglio, come i pesci “buddaci” dalla bocca sempre aperta …

Per quanto mi riguarda, ho particolarmente presente e particolarmente a cuore la situazione di Messina. Lì sono nato e cresciuto, lì vive il mio compagno e lì torno volentieri ogni volta che posso. Ho aiutato, un paio di anni fa, la ricostituzione del circolo di Messina che, dopo un periodo di attività, è tornato ad arenarsi per assenza di volontari. Il nazionale, in questi casi, più di tanto non riesce a fare. Arcigay non è un’azienda che apre succursali: è la federazione di tanti circoli locali che, presenti sul territorio, si sono uniti per avere più forza. Ma la vera forza dell’associazione sono le sue strutture territoriali: se quelle non ci sono, non sono istituibili per atto presidenziale.

Riguardo alle tessere, il nostro “Matth” fa riferimento ad una questione che spiego. L’Arcigay di Messina ha cercato di lanciare una serata in discoteca, per cercare di creare aggregazione in una città in cui non esiste nessun locale gay. Naturalmente si proponeva di tesserare i partecipanti, per auto-finanziarsi, per promuovere l’associazione, ma soprattutto perché un circolo privato (o un locale che per una sera funzioni come un circolo privato) è un luogo protetto, in cui i soci sono, giuridicamente, come a casa propria, tutelati da intrusioni sgradite o da eventuali prevaricazioni delle forze dell’ordine.

La cosa non ha funzionato: ha prevalso il timore di consegnare al circolo i propri dati personali, di avere una tessera Arcigay in tasca, di essere identificato come gay. Timori in parte comprensibili, forse eccessivi, sicuramente dannosi per la costruzione di una comunità gay che finalmente prendesse in mano il proprio destino ed iniziasse a cambiare qualcosa in città. Il risultato è stata la fine di quell’esperienza e la nascita di un locale gay gestito da privati e senza tesseramento all’ingresso. L’ingresso al locale (con dark room) era consentito a tutti, col risultato che, quando la polizia ha deciso di andare a vedere cosa accadeva lì dentro, ha trovato dei minorenni e ha portato in questura una cinquantina dei presenti. Fare sesso in un locale pubblico è proibito dalle leggi italiane. Se un gestore incauto permette addirittura che entrino dei minorenni sottopone tutta la sua clientela ad una situazione a rischio di denuncia penale. La tessera Arcigay serve anche a questo: a garantire la legalità della situazione e la tranquillità dei soci. Tanti gay messinesi che avevano avuto paura a consegnare i loro dati personali all’Arcigay sono stati costretti a consegnarli quella notte alla polizia…

Io spero che a Messina passi la paura di quella notte e la comunità trovi la forza e l’entusiasmo di costruire una realtà associativa come tante altre città del sud (Bari, Siracusa, Salerno, Caserta) che dopo una fase di “sonno” si sono riorganizzate e sono tornate ad essere presenti in città. Io non mancherò di dare tutto l’aiuto possibile, a patto che nessuno pensi che si possa delegare ad altri la liberazione della propria esistenza.”

Sergio Lo Giudice

di Sergio Lo Giudice

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