CHI VI VUOL ‘CURARE’ I GAY?

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Su 'Pride' di maggio, Stefano Bolognini cura una approfondita inchiesta sulle 'terapie' dell'omosessualità. Una bufala, che crea molti danni. Parlano l'autore e Giovanni Dall'Orto.

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PISA – Si può “guarire” dall’omosessualità? E’ una domanda che purtroppo molti gay e molte lesbiche si sono posti, prima di raggiungere una più serena accettazione di sé. E in cui molti si sono imbattuti navigando su Internet e scoprendo l’esistenza di siti che assicurano ottime speranze di liberarsi dalla condizione omosessuale. Tutto falso. Lo dice a chiare lettere una ottima inchiesta svolta da Stefano Bolognini per il numero del mensile Pride di maggio, in distribuzione in questi giorni. Un’inchiesta che mette il dito nella piaga e solleva le mille contraddizioni presenti in chi dice di volersi occupare della felicità dei propri pazienti e invece procura danni inimmaginabili.
La falsa ‘Bibbia’ della riconversioneBolognini è partito, per la sua inchiesta sulle ‘terapie’ dell’omosessualità, dal più famoso sito statunitense sull’argomento. Si tratta di narth.com, il sito della “associazione nazionale per la ricerca e la terapia dell’omosessualità” fondata dal cattolico Joseph Nicolosi nel 1992 che, scrive Bolognini, «raccoglie un modesto gruppo di psichiatri e psicoanalisti che considerano l’omosessualità curabile con una terapia (che “può durare anche anni”), battezzata riparativa, ricostituiva o di riconversione».
«La difficoltà iniziale è stata di cercare di far emergere questo mondo – ci spiega Stefano Bolognini – In Internet ci sono molti siti che parlano di queste tecniche di ‘riconversione’ come il Narth, ma in realtà non è possibile trovare né indirizzi né recapiti. L’unica testimonianza che sono riuscito a trovare è stata quella anonima di un quasi ‘ex-gay’ che dichiara di essere “felicemente sposato e quasi del tutto etero”».
In Italia, medici nascostiCosì, partendo da questa testimonianza, l’autore si è messo alla ricerca di qualche medico italiano affiliato al Narth. «Muovendomi per caso sui siti relativi in italiano, mi sono imbattuto in questa dottoressa Chiara Atzori, medico infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano». Della Atzori non è difficile rintracciare gli scritti su Internet. E’ lei che ha scritto l’introduzione alla traduzione italiana del libro di Joseph Nicolosi “Omosessualità maschile: un nuovo approccio“. Ed è lei che un anno fa è stata al centro di uno scambio polemico con Arcigay per le posizioni omofobe espresse in un incontro pubblico a Parma.
In ogni caso, sia l’Atzori sia altri psicoterapeuti aderenti alla corrente hanno rifiutato di farsi intervistare per Pride: «E’ l’atteggiamento di chi lancia il sasso e nasconde la mano, di chi sa di fare una cosa non corretta, sul filo della legge. Un medico che offre terapie non scientifiche come queste sa di muoversi sul filo del rasoio, di rischiare la radiazione dall’albo. Per questo loro sono molto cauti». L’unico modo che Bolognini ha trovato di incontrare la Atzori è stato di fingersi un paziente desideroso di aiuto e di ottenere di essere invitato a partecipare, «alla modica cifra di cento euro», a un corso tenuto dalla stessa dottoressa e altri collaboratori. Anche qui, le dichiarazioni sono improntate a vaghezza e diplomazia: «Loro dicono che non cercano gli omosessuali, che sono gli omosessuali che si rivolgono a loro, ma deve essere chiaro che in ogni caso loro vendono fumo a queste persone. Nell’incontro a cui ho partecipato continuavano a ripetere che l’omosessualità è una condizione di per sé infelice, ma io sono omosessuale e sono felice».
E’ in questo incontro che Bolognini ha la possibilità di osservare alcuni ragazzi (otto in tutto, di età apparente compresa tra i 25 e i 30 anni) che tentano di intraprendere questa ‘riconversione’: «Erano persone impaurite; di fronte a un sacerdote, a uno psicologo che mischiava teologia e psicologia, a una psicologa che continuava a presentare l’omosessualità come qualcosa di sbagliato, loro avevano solo la richiesta di ottenere un aiuto psicologico».
La storia di una ‘vittima’ delle terapieSaranno questi quasi gli unici ragazzi disposti a farsi avanti. Oltre a loro, Stefano Bolognini incontra un giovane meridionale che si era rivolto a questi terapeuti su pressione dei suoi genitori, non per sua volontà. Il suo racconto è raccapricciante: il confronto con medici che si affidano molto più ai loro pregiudizi che alla scienza è durissimo, e tra loro c’è persino chi gli ha detto che avrebbe dovuto innamorarsi di sua madre per vivere il complesso edipico!
«Nell’intervista che gli ho fatto emergono anche i nomi di alcuni medici che seguono questa teoria, ma in realtà sappiamo che sono molti di più. Abbiamo più nomi di quelli resi pubblici».
Informare per evitare i pericoliCosa si può fare per limitare questo fenomeno? «Da giornalista io ho denunciato la questione. Credo che in un paese libero non sia giusto proibire alle persone di intraprendere questo percorso, magari da maggiorenni. Ma occorre informare, far sapere che le organizzazioni sanitarie mondiali, dall’OMS all’APA (American Psychological Association), hanno dichiarato che queste terapie non portano a risultati scientificamente validi».
L’inchiesta di Stefano Bolognini si completa, infine, con una intervista alla avvocato Corrada Giammarinaro, autrice del disegno di legge in base al quale la Regione Toscana ha elaborato la legge regionale contro le discriminazioni per orientamento sessuale recentemente approvata e impugnata dal governo. La Giammarinaro affronta il problema del ricorso a terapie farmacologiche e ormonali per la ‘cura’ dell’omosessualità. «Nell’intervista – riferisce Bolognini – lei afferma che nei casi che ha seguito, il più recente ricorso a terapie farmacologiche risale a 5-10 anni fa, quindi un periodo abbastanza recente. In realtà è molto probabile che ci sia ancora qualcuno che le impieghi. Corrada è molto chiara anche sui danni che queste terapie producono. Sono terapie nate nel periodo fascista, quando la endocrinologia ha cominciato ad avere dignità scientifica, ma già allora molti endocrinologi riconoscevano che non c’erano risultati soddisfacenti. Gli ormoni non fanno altro che accentuare i caratteri sessuali secondari, senza influire sull’orientamento sessuale».
Gli ex-gay? Da noi ci sono solo le ‘velate’Sulla diffusione del fenomeno degli “ex-gay” abbiamo sentito anche il parere di Giovanni Dall’Orto, direttore della rivista Pride: «In Italia non è un fenomeno molto diffuso, per il semplice motivo che noi non abbiamo mai avuto un grosso fenomeno dei gay. Non è una battuta. Un fenomeno come questo è pensabile soprattutto come fenomeno di riflusso e contraccolpo in una realtà in cui i gay abbiano fatto il coming out in massa, o si siano accettati in gran parte come gay. Come gli Stati Uniti. In Italia è più diffuso il fenomeno della persona che gay non diventa nemmeno: si definisce “bisex” o “in cerca di definizione”, o “al di là delle definizioni”. Un ex gay è qualcuno che è arrivato fino ad un certo punto del cammino ed ha deciso di tornare indietro. In Italia la gran parte dei gay fino a quel punto del cammino non ci arriva nemmeno».
Ciononostante, Dall’Orto non sottovaluta affatto la presenza pericolosa di terapeuti che propongono percorsi di “riconversione”: «Nella misura in cui l’azione dell’Atzori e persone collegate è in crescita, sempre più presente sulla stampa, specie quella locale, si tratta certamente di un fenomeno grave. Ma trattandosi di un fenomeno che presuppone un contesto sociale diverso da quello italiano per poter funzionare a pieno regime, le sue possibilità di sucecsso sono limitate. Il Narth e gruppi affini possono fare molti danni a Milano, meno a Roma, scarsissimi nei paesini della Sicilia. Lì sono semmai gravi altri tipi di fenomeno, pure documentati dall’inchiesta di Bolognini: i genitori che impongono la terapia ormonale (che nulla ha a che vedere con una “terapia della parola” come quella proposta dalla Atzori e complici) al figlio minorenne, per esempio. Questi sì che sono gravi, perché rovinano persone che non hanno la possibilità di ribellarsi, se non facendo causa ai genitori, il che è sempre un'”arma di distruzione di massa” di cui la prima vittima sarà il figlio stesso».
Dall’Orto si dichiara anche assolutamente favorevole a una legge che vieti i trattamenti per la ‘riconversione’ ai minorenni, ma per avere effetti più duraturi sarebbe meglio «ottenere regole più chiare e strette da parte dell’ordine dei medici su chi e perché possa essere sottoposto a terapia ormonale. A me risulta che la regione Toscana non abbia approvato una legge di questo tipo per la resistenza della lobby dei medici. Ecco, il problema non sta nel potere legislativo, ma nel potere medico, che non vuole “mollare” questa lucrosa fonte di abusi. A mio problema occorre partire dalla radice: da loro, dai medici».
Clicca qui per discutere di questo argomento nel forum Movimento Omosessuale.

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