DETESTO ESSERE GAY

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"Ho sempre considerato l'omosessualità inaccettabile. E quando ho fatto coming out, era come confessare il segreto più orribile. Gli altri mi accettano, ma sono io che non lo...

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Caro LEO,
sono un ragazzo di 27 anni con alle spalle una storia un decisamente confusa. Ho capito di essere gay molto presto (più o meno alle scuole medie), ma fino al secondo anno dell’università ho coscientemente deciso che l’omosessualità era per me completamente inaccettabile, e ho cercato di sradicarla dalla mia vita. In effetti, quegli anni di repressione sono stati, forse paradossalmente, tra i miei anni più felici e tranquilli, nei quali ho cementato buona parte delle amicizie che mi accompagnano ancor oggi.
Dopo aver faticosamente fatto il coming out con la mia più cara amica (e ti assicuro che ho vissuto il coming out come un’umiliazione, come l’aver confessato il mio più inconfessabile difetto), ho poi conosciuto un ragazzo col quale sono stato per cinque anni: la nostra storia è stata bella ed intensa, ma anch’essa vissuta nell’ombra e nel senso di inadeguatezza. Nel frattempo cominciavo a creare intorno a me le mie prime amicizie gay, ovviamente tenute rigorosissimamente separate dalla mia esistenza “ufficiale”.
Naturalmente i miei genitori ed i miei amici etero erano all’oscuro di tutto, fino a che mia madre, ormai due anni fa, non mi chiese espressamente se sono gay. Ti sembrerà incredibile, ma ho fatto il coming out con lei, mio padre e mia sorella senza mai citare le parole “gay” o “omosessuale”!! Da quel momento in poi i miei hanno cominciato un percorso difficile, ma di relativa e civile accettazione, al punto che al momento, ogni tanto, mi chiedono della mia vita privata.
E veniamo al dunque di questa lettera: sono IO che non voglio parlarne, IO che mi sento a disagio, IO che me ne vergogno. Non mi sognerei neanche lontanamente di fare il coming out con i miei parenti o con i miei amici etero non perché tema la loro reazione, ma perché temo la MIA reazione al fatto che loro lo sappiano. Mi sentirei umiliato.
Ovviamente vivo le mie due esistenze in maniera scientificamente separata, più o meno come le due parti dell’isola di Cipro, a netto detrimento della mia sfera gay: i miei amici gay cari ed importanti sono pochi, e nessuno di loro ha una presenza davvero quotidiana nella mia vita. I miei amici etero sono molti, spesso di lunghissima data e tendo a trovarmi comunque più a mio agio con loro.
Naturalmente, non riesco nemmeno a concepire di parlare della mia omosessualità al lavoro e, ultimamente, mi sono anche sorpreso a fare qualcosa che non ho davvero mai fatto prima nella mia vita, ossia a fare chiari riferimenti alla mia “eterosessualità” sia sul posto di lavoro sia con i miei amici etero. Mi sorprendo a pensare, ancor più frequentemente del solito, a quanto vorrei essere etero, a quanto mi piacerebbe fare un coming out al contrario, a quanto sarebbe bello, finalmente, condividere con i miei amici etero, ai quali sono molto legato, un’ipotetica vita privata etero.
Non capisco esattamente il perché: anche nella parte gay della mia vita, nonostante sia stato deluso da alcune persone, ho avuto esperienze molto positive e conosciuto persone meravigliose. Semplicemente, nella mia vita di tutti i giorni l’omosessualità non ha posto, mentre la vivo con relativa facilità quando sono in vacanza o comunque lontano dalla routine quotidiana, anche se non è esattamente il mio argomento principale di conversazione. Mi rendo conto che concorro per il premio “Schizofrenico dell’Anno”, ma è come se fossi due persone diverse, ugualmente reali e spontanee, ma che comunicano a malapena tra di loro. Non capisco e non so cosa fare: la riunificazione della mia personalità mi sembra un’utopia.
Sono consapevole del fatto che probabilmente dovrei entrare in terapia (una terapia tendenzialmente lunga; per arrivare a capirlo davvero, ma mi aiuteresti a capire perché, nonostante mi sia riconosciuto come gay da un secolo ed abbia fatto esperienze belle ed importanti anche nella mia vita gay, io detesti così tanto essere gay? Cos’è che, dentro di me, rema contro l’omosessualità così violentemente?
Grazie,
Cipro

Ciao Cipro,
mi viene in mente, con un pizzico di sarcasmo, che sono anni che si studiano soluzioni alla questione cipriota ma finora tutte sono inesorabilmente fallite.
Leggendo con attenzione la tua storia, mi son detto: quanta intelligenza ha questo ragazzo e sensibilità nel considerare se stesso e quanta consapevolezza dei processi intrapsichici rivela il suo elaborato! Come è “intelligente” direbbe una mamma o un papà, orgogliosi del proprio figlio, e credo tu lo sia. Mi convinco che la capacità cognitiva e l’elaborazione concettuale della tua esistenza e del tuo Sé sia di un livello così elevato che possono permetterti di tenere separate le parti e continuare a gestirle sufficientemente bene. Questo processo, forse, potrebbe durare tutta la tua esistenza e senza che i “perché” che chiedi debbano invadere lo spazio delle esperienze di vita e dell’autorealizzazione personale.
Non so quello che fai nella vita ma, hai la stoffa per l’attore… e forse di successo!
Non c’è malessere dichiarato, almeno sembra non compare in maniera patologica, forse un piccolo disagio traspare, quello cognitivo, quello dell’intelligenza superiore della corteccia cerebrale che si chiede i vari perché e preannuncia una vaga idea che qualcosa non va, e non sottovaluto l’altra intelligenza, quella emotiva, che vive in te quando esprimi l’autenticità del Sé “gaio”, delle sue trepidazioni amorose e delle relazioni intime quando, s’inoltra nelle sub-culture comunitarie gay.
Quando non c’è sofferenza esplicita è difficile aver chiaro quale sia il disagio e definire il problema e, parallelamente i processi e i passaggi atti al superamento.
A volte conviene lasciare le cose così come stanno e, nel tuo caso nella fase di ascolto di sé, delle domande che ti rivolgi, senza però accanitamente trovare soluzioni. Da psicologo ti rispondo (in seduta non lo farei mai così) con altre domande che ovviamente nascondono una supposizione, domande che nascono dalla mia mente ma è al cuore che mirano, mentre ti leggo: ma quanto odi l’omosessualità? Quali mostruosi fantasmi evoca l’essere gay al punto che hai costruito tutto ciò così puntualmente perfetto attuando un complesso sistema comporta-mentale comunque funzionante? Quale terribile umiliazione immagini possa esserci se dovessi mai esprimerti ai tuoi amici?
E infine, quale reazione terribile potresti avere e quali sofferenze ti procureresti sapendo che gli amici potrebbero conoscerti pienamente?
In questi casi il lavoro sarebbe, come già accenni, squisitamente psicologico-analitico (non solo nel senso freudiano, esistono altri approcci forse anche più adeguati) in un percorso che deve e può essere definito e circoscritto (un Brief Counseling Focus Centered, per esempio, non lungo nei tempi) e che verterebbe attorno alla cosiddetta omofobia interiorizzata. In questo ambito, di solito, esplorare la propria concezione e far emergere le corrispondenti emozioni per una piena accettazione di sé è la chiave per poter integrare le parti e vivere più felicemente e totalmente l’esperienza “Vita”, senza fatiche in più – infatti già ci sono quelle di default della vita, vogliamo aggiungerne altre?
Il lavoro di questo tipo non sarà solo cognitivo, tecnico e analitico ma si inoltrerà nei processi fantasmatici e nelle aree emotive attuali e pregresse, non per curare ma per permettere un miglior Ben-Essere, se questo è un tuo obiettivo!!!
Immagino che mi farebbe piacere averti come cliente, credo mi divertirei a lavorare con te… ma c’è posto per un’omosessualità ancora più creativa e piena, a 360 gradi, nella tua vita?
Una stupidaggine: L’esempio di Cipro ci porta però anche a riflettere: il processo di integrazione europeo è compatibile con diversità etnico-culturali che divengono sempre maggiori man mano che l’Unione europea si espande verso altre aree geopolitiche? (Marco Mariotti, www.politicaestera.org/articoli/07-27-cipro.htm).
Un saluto rispettoso.
Maurizio Palomba, psicologo Roma – aiutogay@aiutogay.it

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