“DI AIDS SI MUORE”

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Intervista a Stefano Buttò, ricercatore presso l'Istituto Superiore di Sanità. Che spiega: a che punto siamo coi vaccini, come funzionano i farmaci, cosa sono le superinfezioni…

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NAPOLI – Stefano Buttò, Primo Ricercatore presso l’Istituto Superiore di Sanità, è uno dei maggiori esperti in Italia nella ricerca e nella sperimentazione di un vaccino anti-aids. Lo abbiamo incontrato alla ASL Napoli 3 ad un recente incontro per la Campagna di Prevenzione “Gli Effetti degli Affetti” e gli abbiamo rivolto delle domande sull’Aids.
Su “Il Sole-24 Ore Sanità” di questa settimana è anticipato un documento del Ministero della Salute “per l’attuazione di misure di prevenzione e lotta contro l’Aids 2003-2005″ in Italia. Questo documento alza di nuovo la guardia sulla malattia e dissolve il miraggio della diminuzione dei casi di Aids. Miraggio dovuto all’allungamento di incubazione e di sopravvivenza che ha portato qualcuno a considerare l’Aids una malattia già cronicizzabile attraverso i farmaci. Perché non possiamo ancora definire l’Aids una malattia cronicizzabile?
Semplicemente perché di Aids si muore. I farmaci hanno certamente contribuito a migliorare la qualità di vita della persona infettata dal virus e ad allungare il tempo dalla sieroconversione alla comparsa dei sintomi che precedono l’AIDS conclamato. Mai poi il cerchio tende a comunque a chiudersi. Non bisogna poi dimenticare che la vita della persona sieropositiva, anche se il suo stato clinico è buono, tenuto sotto il controllo dei farmaci, è una vita di privazione e, comunque, di sofferenza. In molti casi privazione degli affetti, sofferenza per le discriminazioni, ansia per il futuro. Queste cose andrebbero valutate attentamente da coloro che, per superficialità o disinformazione, ritengono che l’AIDS sia una malattia che si possa tenere sotto controllo.
Gli inibitori delle Proteasi, il vaccino, la combinazione di diversi farmaci, sono la strada che sta seguendo la ricerca nella lotta all’hiv. Può parlarcene brevemente?

Gli inibitori della proteasi sono farmaci che hanno senza dubbio costituito un grosso passo in avanti nella generazione di farmaci contro l’HIV sempre più efficaci. Questi farmaci sono costituiti da molecole che inibiscono un enzima virale ad attività proteasica, essenziale per la maturazione del virione nascente. In assenza di questo enzima le poche particelle virali che vengono prodotte sono immature e non infettanti. Gli inibitori della proteasi sono farmaci estremamente potenti in grado di abbassare di molto i livelli di carica virale nel plasma. Utilizzati in combinazione con altre categorie di farmaci antiretrovirali, quali gli inibitori nucleosidici e non nucleosidici della trascrittasi inversa costituiscono quella che nella pratica clinica viene chiamata HAART, per Highly Active Antiretroviral Therapy, cioè una terapia antiretrovirale estremamente attiva e potente. Per esempio, la combinazione di tre farmaci, che includa un farmaco inibitore della proteasi è una terapia molto efficace. Il virus si difende generando varianti virali resistenti al farmaco. Se la terapia prevede più farmaci, la generazione di queste varianti da parte del virus risulta più lunga e complicata.
La ricerca non si concentra solo nel trovare un vaccino che combatta l’Hiv ma anche nel ridurre il grado di tossicità dei farmaci attualmente utilizzati nella cura della malattia. Quali novità dobbiamo aspettarci in questo senso?
Non sono la persona più qualificata per rispondere a questa domanda, perché non sono né un medico, né un farmacologo. La mia vita scientifica è nel campo dei vaccini e di questo mi occupo. Potrei risponderle (ma mi rendo conto di rispondere solo parzialmente alla sua domanda) che il futuro potrebbe (ma ancora non è) essere lo sviluppo di un vaccino che, somministrato alla persona sieropositiva, ne potenzi la risposta immune in modo tale che controlli la replicazione virale. Tale vaccino potrebbe sostituire i farmaci oppure la persona vaccinata potrebbe avere bisogno di una più bassa dose di farmaco, riducendo il rischio di effetti tossici. Il gruppo in cui lavoro e molti gruppi della comunità scientifica stanno lavorando su questo.
Ritiene che le biotecnologie e la manipolazione genetica potrebbero avere qualche successo nella lotta all’Hiv?

Decisamente sì. Le ricerche, non solo nel campo dei vaccini, si avvalgono delle biotecnologie e della generazione di organismi transgenici. I progressi nel campo non solo dell’AIDS, ma dei tumori, della genetica, dell’immunologia, del trattamento di alcune malattie rare, autoimmuni, ecc, sono stati resi possibili dall’utilizzo di queste tecnologie. Non bisogna averne paura, ma sapere come e quando utilizzarle. Ma qui entriamo in un altro campo.
Del virus Hiv sono state isolate diverse varianti. Questo cosa comporta in pratica per chi è sieropositivo? Quali sono i rischi delle super-infezioni?
Quale sia il ruolo delle superinfezioni (infezioni contratte quando si è già sieropositivi, ndr) nella patogenesi dell’infezione da HIV è ancora tutto da chiarire. Sono noti casi di superinfezione, ma soprattutto sono note le forme virali ricombinanti, costituite da due o più sottotipi diversi di virus HIV. Sono anche note le doppie infezioni HIV-1/HIV-2. Che cosa comporti tutto questo nella storia naturale della malattia non è noto. Esistono varianti virali più aggressive di altre e, pertanto, si potrebbe ipotizzare che l’essere infettati da una variante più aggressiva possa determinare una più rapida progressione verso l’AIDS. Sotto questo aspetto è importante che la persona sieropositiva si astenga il più possibile da comportamenti a rischio per evitare di incorrere in un’altra infezione con una variante particolarmente virulenta. Il fatto di attuare le dovute precauzioni, oltre ad essere un dovere morale verso le altre persone con le quali si viene a contatto (mi riferisco, ad esempio, ai rapporti sessuali), potrebbe essere determinante per non aggravare il proprio stato clinico.
A quali progetti di ricerca sta lavorando attualmente la sua equipe?
Dal 1994 abbiamo iniziato ad interessarci allo sviluppo di un vaccino contro l’HIV e l’AIDS. Abbiamo dimostrato che un vaccino basato sulla proteina Tat di HIV-1 è sicuro ed efficace nel controllare la replicazione virale e lo sviluppo della malattia in scimmie vaccinate e successivamente infettate sperimentalmente con un virus altamente patogeno per queste scimmie. Sulla base di questi risultati stiamo allestendo la sperimentazione clinica nell’uomo con un vaccino costituito dalla proteina Tat. Contemporaneamente stiamo lavorando a progetti in collaborazione con diverse Istituzioni internazionali per lo sviluppo di vaccini di seconda e terza generazione, i quali derivano dalle conoscenze che mano a mano andiamo acquisendo.
Ricordiamo l’appuntamento per venerdì 21 Novembre a Città della Scienza a Napoli per la Conferenza stampa – Dibattito di presentazione della Campagna Aids dell’Arcigay di Napoli.
Foto 1: Da sinistra Stefano Buttò, ricercatore, Enzo Sacco, segretario Arcigay di Napoli e Vincenzo Capuano coordinatore dei progetti Aids dell’Arcigay di Napoli
Foto 2: Da sinistra Enzo Sacco, dell’Arcigay di Napoli, Stefano Buttò, ricercatore, Vincenzo Capuano e Raffaele Grassi del Progetto di Prevenzione dell’Aids “Gli Effetti degli Affetti”.

di Carmine Urciuoli

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