LA CONFESSIONE DEL PRETE GAY

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"Ho cercato di vivere la mia gayezza, ho avuto una storia importante, ma poi è finita. Mi dicono che ho la stoffa del sacerdote, ma io mi sento...

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Mi chiamo Enrico e sono un religioso…
Religioso.
È una professione?
Sono comunque in questo cammino da sette anni. Ho terminato gli studi di Seminario, l’anno di noviziato, ed intrapreso da qualche mese lo studio della liturgia, ma sono ancora… precario. Soltanto tra un anno saprò se la comunità in cui vivo mi ammetterà ufficialmente e definitivamente tra i suoi membri. Anche questo contribuisce, credo, ad un’instabilità profonda dell’umore e dei pensieri che non vuole passare. Assumo a volte degli psicofarmaci.
Anche questo è in sé deprimente: intendo il sapere di dipendere da alcuni milligrammi di molecole per reggere la giornata, guadagnare qualche stabilità, essere accettabile a me stesso e agli altri… Questo il sottofondo clinico, per così dire, su cui s’inserisce una costante nostalgia della vita passata, del tentativo, fallito, di vivere appieno la mia sessualità, il mio essere gay. So della mia gayezza da che ho iniziato ad avere coscienza di me stesso. Ho trascorso l’adolescenza e i miei primi vent’anni aspirando al giorno della mia realizzazione, al superamento delle paure e dell’emarginazione. A 22 anni ho fatto il coming out in casa…, a 34 mio padre non riusciva ancora ad accettarmi! Le cose vanno un po’ meglio da che sono entrato in religione… È perché, credo, ora “non pratico” più il mio essere gay.
A un certo punto si era aperta, invece, la possibilità tanto attesa di vivere onestamente la mia condizione: lavoravo allora in America, lontano dai condizionamenti culturali ed affettivi di quest’Italia tutta famiglia e cattolicità. Poi, ironia della sorte, tutto è finito di punto in bianco: il lavoro, i soldi, la relazione che vivevo con Richie, il mio sogno americano…! Rieccomi, così, sette anni fa nuovamente in Italia a inventarmi la vita… Ecco, forse a partire dal riemergere di condizionamenti antichi – è il dubbio cocente -, il senso di fallimento e il desiderio di porvi rimedio, l’inizio, in breve, del cammino religioso. Oggi la consapevolezza di queste concatenazioni di eventi, insieme al perdurare dello stato depressivo e dell’ansia per una vita che non riesco a sentir mia, alla paura di dover ancora una volta ricominciare da capo, mi gettano nello sconforto.
Mi dicono che ho la stoffa da prete, che sono ok per l’ambiente in cui vivo… mi vogliono anche bene qui, ma, paradossalmente tutto ciò non mi basta. Mi sento falso, come se avessi abdicato alla mia vera identità, vuoto, alla mercé di istanze molteplici che non mi appartengono e che pure ho lasciato entrare nella mia vita. Se penso allo stato in cui ero sette anni fa, dovrei essere grato e felice a quello che ho oggi; ma qualcosa non va in me. Spesso non mi sopporto più, non sento altro che confusione, non provo più alcun sentimento, affettivamente sono come morto, sessualmente è scomparsa ogni attrattiva! A volte penso che anche la mia identità gay sia una “palla” pazzesca che mi sono costruito per essere “speciale.
Oggi non mi resta che una quotidianità ordinaria da vivere, e forse è questa la vita a cui sono destinato e che ho sempre cercato di sfuggire, come gay, come ricercatore,… e forse, ora, anche come religioso.
Sto ancora cercando la mia vera identità e mi chiedo se sia normale insistere in questo, o troppo tardi per conquistarla, se, viste le esperienze fatte, ci sia ancora la speranza di trovare un equilibrio e di acquisire una personalità genuina… o se sono invece destinato a prendere a prestito una nuova maschera?
Grazie per avermi ascoltato
Enrico

Ho letto e riletto la tua lettera, Enrico, prima di provare a rispondere. La tua lettera sincera, drammatica, complessa, che rimanda ai temi dell’identità, dell’accettazione del proprio orientamento sessuale, della spiritualità e della vocazione al sacerdozio, della sofferenza interiore. Temi complessi e profondi, che mi hanno indotto a dubitare della purché minima rilevanza di una risposta incompleta e per forza di cosa generica quale è una consulenza online.
Sai, chi fa il mio lavoro e lo fa con una certa dose di coscienza, sa quanta umiltà e cautela ci vogliano nell’avvicinarsi al mondo interiore di chi si ha di fronte, a un’identità che è il risultato della storia personale unica e mai pienamente afferrabile, sa quanto sia delicato orientarsi nel mondo e nell’intenzionalità esistenziale dell’altro. Com-prendere un altro è sempre un’approssimazione e un tentativo che può provare ad attualizzarsi non sterilmente nel-mezzo-di-un-incontro reale tra due esseri umani. Cosa posso capire poi io di te da poche righe, di quello che sei e della tua volontarietà verso il mondo, da qualche parte bloccata, visto che in questo caso posso basarmi solo su delle parole scritte da te e che vedo sullo schermo di un computer!?
Stavi piangendo mentre scrivevi…? Sorridevi ansioso di poter comunicare a qualcuno – a uno sconosciuto che sai fa lo psicoterapeuta – una piccola parte della tua disperazione…? E quanta solitudine si può immaginare ci sia in te, se appunto io divento oggi l’unico che può “ascoltarti”! Cosa posso intuire del tuo dramma, Enrico…? Posso immaginare forse che un padre omofobo e una relazione amorosa importante finita, due cocenti delusioni, possano essere di per sé già “buoni motivi” per decidere di rinunciare a vivere quanto ti appartiene e ti è proprio – il tuo essere gay – e per scegliere di non legarti più affettivamente ad un uomo, perché tanto “gli uomini feriscono”. Meglio dedicarsi a qualcosa che ti consente di non rinunciare al tuo desiderio di amare, ma ti permette di esprimerlo in maniera unidirezionale e parziale, evitandoti il rischio di vedertelo invece donare e poi di nuovo sottrarre!
Penso che tu debba scegliere il sacerdozio non come rifugio od evitamento della tua “gaiezza”, ma perché è lì che oggi senti di poter trovare il tuo equilibrio. Non avrebbe senso altrimenti, perché ciò che ti è proprio tornerebbe comunque, fra un mese, un anno o dieci, tornerebbe e dovresti poi farci i conti. Ho conosciuto un sacerdote che lavorava in carcere, con i camorristi, se ne prendeva cura fino allo spasimo, ma non provava pietà, misericordia, nei loro confronti, ne parlava poi con disprezzo e con rabbia; nel poco tempo libero che aveva andava a letto con dei ragazzi che incontrava in chat, li accoglieva a casa sua e faceva sesso con loro in maniera appassionata e focosa, ma non li amava, li allontanava subito, specie se loro mostravano interesse per lui, sentendosi dopo pieno di sensi di colpa e di dubbi su se stesso. La sua dedizione agli altri era frutto di un’ingiunzione, di introietti, non era il risultato di una scelta, e non c’era più amore in quello che faceva perché l’aveva chiuso in se stesso, rifuggendo dalla possibilità di lasciarsi amare.
Non voglio chiedere inutilmente (e a chi poi!?) perché i preti non possano scegliere di amare e di farsi amare avendo una relazione, visto che stiamo parlando tra l’altro di omosessualità! Dio ci scampi! Ma mi andava di dirti una cosa che forse sai già da te, e che sempre questo sacerdote mi ricordava, ossia che tra i preti cattolici si fa prima a dire chi non è gay, che non ad elencare tutti quelli che lo sono! Cosa voglio dirti con questo!? Che hai indirizzato la tua scelta verso un contesto comunitario fortemente ambiguo e repressivo nei confronti dell’omosessualità, che biasima e controlla l’orientamento affettivo ed erotico prevalente al suo interno. Attento al rischio di continuare a vivere l’essere gay carico di sensi di colpa e frustrazioni. Potresti obiettarmi, certo, che ci sono tanti gay che vivono in questo modo pur non scegliendo di fare i religiosi nella vita. In tal caso concorderei con te. Le vie dell’omofobia e della paura di relazioni affettive sono infinite! Quello su cui voglio indurti a fermarti è piuttosto un’altra cosa. Se scegli di fare il sacerdote scegli di farlo con chiarezza e consapevolezza, non per nasconderti. E chiediti dove può essere l’amore per te, dove puoi incontrarlo, dove puoi riceverlo, e a chi davvero vuoi donarlo.
È troppo tempo che non riesci a trovare una serenità dentro di te, il ricorso prolungato agli psicofarmaci ne è un sintomo evidente. Suppongo che questo dipenda dalla tua solitudine e dalla mancanza di una pienezza affettiva. È fondamentale che tu guardi dove puoi trovare almeno in parte ciò che ti è mancato: se all’orizzonte vedi il sacerdozio, tanto meglio, altrimenti rivolgi il tuo sguardo altrove! Saresti, in caso contrario, un prete depresso e senza vita, ancora una volta in difficoltà ad incontrare e a lasciarti incontrare. Prova a confidarti e ad aprirti con un prete di cui ti fidi e che senti ha fatto questa scelta con pienezza. Non portarti tuo padre con te, se puoi; lascia almeno la sua parte non accettante! Fatti aiutare a farlo se non riesci da solo.
Voglio prendere la lettera che mi hai scritto come l’espressione almeno parziale di un desiderio non ancora emerso pienamente. Il tuo desiderio di essere incontrato ed amato. Io non faccio differenza tra l’amore che si comunicano due uomini a letto quando si inculano, sapendo e sentendo che si stanno incontrando davvero e che è davvero quello che desiderano fare, e tra l’amore che un missionario ha scelto di dare a, e di ricevere da, un bambino che soffre. Il paragone forse ti disturberà, ma è ciò che penso: l’amore è unico, e il love degli inglesi, un sentimento “largo” e in grado di assumere varie facce, forme e sfumature, tutte con una base in comune.
Ti invito a trovare la “tua forma”!
Ti auguro di farlo.
Giuseppe Iaculo

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