‘METTIAMO FUORILEGGE IL BAREBACK’

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Un lettore scrive inquietato dalla scoperta di gruppi sul web dedicati agli amanti del sesso a rischio. "Ma di Aids si muore!" L'esperto: "Ad alcuni gay, l'autostima manca...

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Mi ha inquietato e intristito la scoperta dell’esistenza di un gruppo Yahoo a cui si iscrivono gay che non vogliono usare il preservativo nei rapporti sessuali (bareback italiani)… Praticamente questi si iscrivono per avere incontri con altri gay senza il profilattico. Uno pensa: “e quanti saranno mai questi incoscienti?”. Ebbene: in due soli mesi di vita (il gruppo è recente) si sono iscritte quasi 900 persone! Mi viene in mente un mio amico che è in AIDS conclamato, e la sua sofferenza che non valeva certo pochi attimi di godimento.
Ma come si fa ancora oggi a non temere per la propria salute, a non usare il preservativo? Mi domando se per caso anche fra i gay non stia pericolosamente allentandosi l’attenzione verso la prevenzione, se la paura dell’Hiv non sia stata rimossa in favore di un irragionevole sconsideratezza, se non ci stiamo dimenticando che di AIDS ancora si muore… Mi domando cosa possa essere fatto per combattere concretamente gruppi come quelli: non sono illegali, dato che istigano a comportamenti pericolosi per la propria salute? Cosa ne dici? Si può fare qualcosa?
machomicio

Caro machomicio,
ho visto anche io il gruppo al quale ti riferisci e la cosa singolare è che appare nella categoria “educazione sessuale” (sic!). Il fenomeno del bareback (letteralmente “cavalcare senza sella”) non è nuovo se si pensa che gia nel 1997 se ne parlava negli USA ipotizzando che questa “moda” fosse l’effetto paradossale dell’uscita, l’anno prima, di una nuova classe di farmaci contro l’HIV (gli Inibitori delle Proteasi) che sembravano allora promettere addirittura la guarigione dall’HIV. Come si è poi visto questa speranza non si è realizzata ed ancora oggi diventare sieropositivo significa rimanerlo per tutta la vita e dover affrontare una situazione che, a prescindere dalle terapie, non è facile innanzitutto dal punto di vista psicologico.
Quando poi si deve iniziare la terapia i problemi aumentano ed i farmaci non sono precisamente una passeggiata (anche se le industrie farmaceutiche continuano a fare pubblicità ai loro prodotti usando testimonial superfighi…). Intendiamoci: tra prima del ’96 e dopo il ’96 c’è un abisso, la mortalità per AIDS è drasticamente diminuita (ma non è scomparsa, quindi smettiamola di dire che “di AIDS non si muore più”, casomai bisogna dire che “non si muore più come prima del 96”), anche i ricoveri sono molto diminuiti ed oggi i pazienti sono seguiti in Ambulatorio ed in Day Hospital e questo consente loro una vita non “normale” ma “quasi normale”. Tutto questo è vero e rappresenta il mio lavoro quotidiano ma da questo (che non è poco) a pensare che l’HIV sia un “gift” cioè un regalo come dicono i barebackers ce ne corre.
Per essere chiaro: tra le centinaia di pazienti che seguo in Ospedale non c’è nessuno che si considera fortunato ad essersi infettato. Tu chiedi cosa possiamo fare in concreto per contrastare questo comportamento. Se pensi a misure repressive ti dico subito che non esiste nessuna legge che possa impedire questo fenomeno e che comunque personalmente ritengo le misure repressive inefficaci in quasi tutti i campi della convivenza umana (la pena di morte non diminuisce i reati, il carcere non fa diminuire i drogati, ecc). Figurati se una legge può modificare un comportamento sessuale (fai attenzione inoltre: se ci fosse una tale possibilità, la legge non la farebbero contro i barebackers ma contro i gay…).
Qualcuno inoltre potrebbe dire (come è stato teorizzato sia negli USA che in Francia dove esiste un ampio dibattito su questo problema) che se due adulti consenzienti decidono consapevolmente di infettarsi questi sono affari loro. E’ uno strano concetto di liberalismo che mentre rivendica la propria libertà di infettarsi, mette però le conseguenze di questa scelta personale a carico della collettività (per es. dimenticando che i costosissimi farmaci anti HIV in Europa li pagano le tasse di tutti…).
Personalmente non credo che il fenomeno possa essere contrastato solo con l’informazione e la prevenzione (che comunque in Italia è stata scarsa e di pessima qualità). Bisogna capire che nel variegato mondo gay esiste un sottogruppo (quanto numeroso? quanto studiato?) che ha gravi problemi di identità ed un livello di autostima prossimo allo zero e che per questo, non per ignoranza!, mette in atto comportamenti autodistruttivi che possono essere sesso compulsivo e non protetto ma anche alcolismo, tossicodipendenza, e “condotte suicidarie” in generale. Basta riflettere su questo per capire che la prevenzione e l’informazione (e tanto meno la repressione) in questo caso non bastano e comunque non funzionano; dunque il problema non è, come tu dici, “temere per la propria salute” ma piuttosto come fare per “amare la propria vita”.
Non ho qui lo spazio per approfondire questo argomento come merita ma spero che in uno dei forum di gay.it si possa sviluppare un confronto ed una riflessione.
dr. Francesco Allegrini

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