OMOSESSUALITÀ? UNA GRAN MENZOGNA

di

Esistono psicoterapeuti che leggono ancora l’essere gay come una forma di patologia, di sviluppo incompleto e problematico dell’individuo. Ecco un esempio eclatante di omofobia.

1108 0

Lavoro come psicoterapeuta ormai da più di diciassette anni, dò per acquisito, a questo punto del mio percorso personale e professionale, che non tutti i miei colleghi abbiano un atteggiamento aperto ed accettante nei confronti dell’omosessualità (anzi!), malgrado, come è ormai stranoto, da qualche decennio questo orientamento sessuale sia stato ufficialmente depennato dall’elenco dei disturbi psicologici. So che esistono psicologi e psicoterapeuti viziati dal pregiudizio, convinti di non esserlo, inclini a chiedere ad un paziente gay, andato in terapia per tutt’altro, prima o poi, direttamente o velatamente, qualcosa come: “Ma sei davvero convinto che il tuo non sia un problema?” Ho imparato ad essere sempre meno confrontativo ed acceso verso i colleghi rigidi e retrivi, più sfumava il bisogno di avere convalide esterne per le mie convinzioni, eppure mi è capitato di rimanere allibito di fronte ad un breve articolo letto alcuni giorni fa su la rivista specialistica di psicologia Il Sagittario, edita dall’Istituto “Alfred Adler” di Torino.

L’articolo in questione, presente sul n. 14 del dicembre 2003 di detta rivista, si intitola L’omosessualità in un’altra ottica. A differenza di quanto accade per tutti gli altri scritti pubblicati sul numero del periodico, non è riportato il nome dell’Autore di questo articolo. Egli, o ella, preferisce firmarsi (caso strano!) con tre asterischi. Nel testo si parla della NARTH (National Association for Research and Therapy of Homosexuality) attiva in California e diretta dal dott. Joseph Nicolosi, il quale, si apprende, è stato recentemente a Milano per una serie di conferenze sul problema di cui l’associazione si occupa: aiutare gli uomini gay ad uscire dall’omosessualità! Alfred Adler, psicoanalista allievo di Freud ed ideatore di una corrente autonoma di pensiero, non è stato di certo un progressista in materia. Ha visto nell’omosessualità il risultato di uno sviluppo incompiuto e, quindi, una sconfitta evolutiva, nella quale l’uomo si priva dell’amore per la donna. I professionisti formati nell’approccio adleriano, è chiaro, difficilmente potranno avere sull’argomento idee molto dissimili da quelle del fondatore, e ciò nonostante l’articolo arriva a delle affermazioni davvero sorprendenti. Ho deciso di riportarne di seguito alcuni passaggi, fedelmente e in corsivo. Ho inserito solo qualche breve osservazione o domanda. Chiunque legga questi stralci potrà da se stesso farsi un’idea della questione.

Il primo concetto che diamo al cliente/paziente che viene è che (l’omosessualità) non è un problema sessuale, ma di identità di genere. L’omosessualità è solo il sintomo di un arresto dello sviluppo della identità di genere maschile (o femminile, nel lesbismo)”.

Qui si confonde l’orientamento sessuale (mi piacciono le persone del mio stesso sesso e non quelle del sesso opposto o viceversa), con l’identità di genere (il sentirsi maschio o femmina). Si ripropone in altri termini il vecchio cliché dei gay come “uomini a metà”!

“Un passo importante è quindi analizzare quali sono i 4 miti gay.
Credere in 1+2+3+4 porta all’accettazione supina e fatalistica della propria situazione, anche quando la si vive nella sofferenza e nella menzogna (e ciò accade in più dell’80% dei casi):

  1. Il 10% della popolazione è gay”

Partendo dall’identificare questo “primo mito gay”, l’Autore afferma che solo l’1-2% della popolazione è gay e ciò sarebbe stato dimostrato da studi seri. Peccato che non venga però riportato alcun riferimento diretto a questi studi. Ci sarebbe da chiedersi dove vive l’artefice dell’articolo – oltre che importanza possa avere fissare percentuali precise dell’incidenza dell’omosessualità! – e come fa a non accorgersi con i propri occhi dell’ampia presenza comunitaria del vissuto omosessuale. Gli omosessuali sono ovunque, e non serve andare all’Arcigay per rendersene conto. Basta entrare in aula ed osservare gli alunni, basta andare al cinema, al supermercato, al ristorante, al parco, in chiesa…

  1. “Gay si nasce”
Leggi   Omofobia a Gallipoli, il G Beach replica alle accuse: "Erano effusioni spinte"

“Secondo mito gay” messo in discussione. Qui ancora a vagliare se gay si nasce o si diventa! Chi ha scritto il pezzo dà l’impressione di non avere alcuna esperienza di quanto sente un uomo gay o una donna lesbica. Le persone omosessuali, spesso anche quelle condizionate dagli introietti omofobici, ravvisano in quanto sentono un aspetto “loro proprio”, un aspetto intimo, profondo, avvolgente. Quelle sensazioni, quei sentimenti sono sempre stati lì, e sempre ci saranno, sebbene ci si possa sforzare di negarli, e quantunque ognuno possa poi seguire percorsi plastici e creativi sulla base delle proprie vicende evolutive.

  1. “Se si è gay lo si è sempre”

“Terzo mito” da sfatare. l’Autore dichiara che non si è gay per sempre, poiché pullulano oggi tantissime storie di cambiamento in grado di incoraggiare altri a seguire lo stesso percorso. Ho appena spiegato come la penso in merito all’idea di poter cambiare il “sentire omosessuale”. Mi chiedo inoltre: l’Autore, parlando della possibilità di cambiare orientamento sessuale, si riferisce ai soli pazienti che non vivono bene la loro omosessualità (ne dubito)? Fa riferimento a un processo spontaneo della persona, ai suoi esclusivi, fluidi ed insindacabili percorsi di vita, o a un precetto nel quale è egli terapeuta a riconoscersi? In un rapporto terapeutico chi decide cosa bisogna cambiare e come? Perché dare per scontato ad esempio che un uomo gay entrato in terapia per un sintomo fobico debba cercare di cambiare il suo orientamento sessuale? Dov’è il rispetto per l’altro? Dov’è l’insegnamento umanista che muove a cogliere, seguire e sostenere l’intenzionalità del cliente?

CONTINUA A LEGGERE...

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...