UN GAY OLIMPICO

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Ha vinto tre medaglie olimpiche come nuotatore, diventando un beniamino del pubblico; poi Mark Tewksbury, splendido ragazzo 33enne canadese, ha dichiarato al mondo la sua omosessualità. L'intervista.

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Mark Tewksbury ha portato a casa alcune medaglie olimpiche, tra cui una d’oro, nuotando per il Canada, prima di dichiarare la propria omosessualità e diventare un attivista gay.

Si è incontrato con il famoso giornalista gay Rex Wockner a Montreal nel mese di settembre per un’intervista intima e piena di provocazioni. Gay.it ve la propone in esclusiva.

Rex: Hai gareggiato in due Olimpiadi

Mark: Sì, sono stato a Seul nel 1988 e ho vinto una medaglia d’argento nella staffetta misto nuotando il dorso. A Barcellona nel 1992 ho vinto la medaglia d’oro nei cento metri dorso e una di bronzo nella staffetta. In pratica, ho preso un oro, un argento e un bronzo alle Olimpiadi.

Ora mi sento intimidito

Ma sparisci…

Poi ti sei dichiarato.

Dopo, ho cominciato una carriera stabile nella Commissione Olimpica Internazionale. Volevano fare di me il nuovo membro canadese della commissione. Ho viaggiato per il mondo per la commissione che valuta le candidature per le sedi olimpiche, esaminando le disponibilità tecniche delle città. Ma mi resi conto che proprio non mi ci sentivo in quel lavoro. C’è l’ordine gerarchico del vecchio mondo e un’aria da banda di ragazzi. Sentivo che non potevo essere me stesso in quell’ambiente. Ero un beniamino in Canada, ma lasciai il paese nel 1994 e mi trasferii a Sydney, in Australia, principalmente per venir fuori ed esplorare la mia sessualità. Ho terminato il mio corso di studi in scienze politiche e ho anche studiato politiche di genere. Studiavo la teoria e vivevo la pratica a Sydney. Era un periodo meraviglioso. Tornai in Canada nel 1996 per la Commissione Olimpica. Per loro, devi vivere nella nazione che rappresenti. Nel 1998, non ce la facevo più, alcune persone sapevano, altre no, ma non se ne parlava. E io ho pensato che non potevo più continuare a pretendere di non vivere la mia vita. Così ho fatto il mio coming out il 15 dicembre del 1998. Con un one-man show, è così che ho scelto di farlo. Un mio caro amico lavorava per il Globe and Mail, il nostro quotidiano nazionale, e continuava a perseguitarmi perché gli lasciassi gestire la storia. La mattina della prima, la notizia dello show apparve sulla prima pagina del Globe and Mail. Alle nove e mezza di mattina avevo già ricevuto 96 telefonate dai media nazionali.

Proprio quello di cui avevi bisogno, visto che eri già fuori di testa per lo show…

Oh, mio Dio. Ero completamente impreparato. Mi aveva contattato anche la nostra Barbara Walters canadese, Pamela Wallin, e avevo fatto un’intervista di un’ora anche con lei, che andò in onda quella sera stessa. Acconsentirono ad aspettare finché avessi fatto il mio one-man show. La trasmissione andò in onda subito dopo il one-man show. Un paio di giorni dopo dovetti fare una conferenza stampa. Pensavo, illudendomi, che non si sarebbe presentato nessuno, che fossero tutti stufi di questa storia. Invece fu un evento, c’erano 18 telecamere, roba da pazzi! Guarda caso, sei settimane dopo ho dato le dimissioni dal movimento Olimpico internazionale. Lo scandalo di Salt Lake City scoppiò il giorno del mio coming out. Dal momento che mi ero dichiarato, e visto che avevo sempre avuto paura di farlo, ero pronto a perdere tutto. Toronto è completamente conservatrice. Ma io dovevo farlo. Ero arrivato a un punto in cui ero allo sfascio, come una persona che non ha nulla da perdere. Per ironia della sorte, divenni un simbolo di integrità perché avevo detto la verità e tutto d’un tratto, quando uscii dal movimento Olimpico, questo ragazzo gay divenne una sorta di prototipo per la morale e i valori di questo paese. Era un modo talmente bello per capovolgere la situazione.

La gente a volte è molto critica da un punto di vista morale verso i gay, le nostre scelte di stile di vita e tutte quelle fesserie. Io avevo davvero rivoltato tutto su di loro, in questo paese.

Dove sei cresciuto?

A Calgary, Alberta. Quindi, di nuovo, un posto estremamente conservatore, dove hanno la base quella specie di nostri movimenti politici di destra, il Reform Party e ora l’Alliance Party. Era molto difficile, una sfida forte. Penso che per buona parte il successo nello sport mi derivava dal forte desiderio di provare a dire, Io sono Ok.

Perché Montreal merita di vincere la gara per ospitare i Gay Games del 2006, a parte il fatto che la città sta facendo di tutto nel tentativo di ottenerli?

All’inizio non capivo i Gay Games. Questo è un momento di capitale importanza per il movimento olimpico gay. Le Olimpiadi dovrebbero incarnare quel tipo di ideali che ora non incarna più. Sono diventate soltanto business. Non c’è uguaglianza né gioco leale, perché la leadership è furba e totalitaria. La candidatura di Montreal per i Gay Games ha la possibilità di spingere il movimento in avanti. Fatti bene, i Gay Games possono mostrare che cos’è veramente lo spirito olimpico. Io presenterò la relazione finale [alla commissione valutatrice delle candidature] a Johannesburg in ottobre. Il mandato della Federazione dei Gay Games è partecipazione, integrazione, accettazione.

Montreal è l’unica città che può permettere, se vincessimo, di ammettere le persone sieropositive nel paese. Montreal è il posto giusto per farle. La maggior parte dei cittadini di Montreal li appoggeranno senza riserve. Il giorno di apertura sarà anche il trentesimo anniversario della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Montreal. Inoltre, possiamo mostrare alla gente che i Gay Games sono redditizi. Le Olimpiadi sono completamente fattibili da un punto di vista finanziario, ma sono allo sfascio da un punto di vista morale e dello spirito. I Gay Games incarnano completamente quello spirito, ma sono finanziariamente allo sfascio. Allora, credo che ci sia una possibilità di prendere il meglio del movimento olimpico, cioè il modo di gestire finanziariamente la cosa, e far vedere alla gente come sono questi ideali messi in pratica. Penso che Montreal sia la città che può farlo.

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