Un prete controcorrente… che se ne va

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È morto il nostro don Narciso, un "servo di Cristo" che aveva scelto di aiutare molti omosessuali credenti (ma non solo) a non avere paura e a non...

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Aveva scelto questo pseudonimo (che secondo me non lo rappresentava troppo bene) per non incorrere in eventuali ritorsioni del Vaticano: sosteneva che buon dovere di un prete era schierarsi coi più deboli senza dover per questo diventare un martire. Non aveva paura per sé ma si sentiva più utile nell’ombra che esposto a inutili a rischi.

A differenza di molti preti gay non aveva avuto bisogno di relazioni furtive perché provava per la persona di Gesù un amore che oscurava tutti gli altri, anche se per spiegare i misteri dell’Universo faceva ricorso più alla fisica quantistica e a Stephen Hawkins (che stimava più di parecchi alti prelati) che alla Bibbia o quel Vangelo che lo accompagnava in ogni sua giornata.

Aveva conosciuto numerosi papi e di alcuni era stato collaboratore occasionale, cessando le sue prestazioni con Wojtyla, il polacco del quale non aveva mai amato le adunate oceaniche. Presente a un colloquio riservato tra papa Luciani e il Metropolita ortodosso, non ne ha mai voluto rivelare il contenuto, arrivando a rimproverare lo stesso pontefice che, ingenuamente, stava per farne parola con altri.

L’amicizia col padre generale gesuita Arrupe lo portò ad allontanarsi sempre di più dalle ostili gerarchie Vaticane, fino a detestare l’attuale pontefice e quella che considerava una corte di "farisei e sadducei". Riteneva suor Lucia una strega, padre Pio un individuo dotato di qualità non comuni ma ambiguo e diffidava delle apparizioni miracolose: certo dell’esistenza del Diavolo, lo scorgeva proprio dove altri giuravano di vedere la Madonna.

Era un solitario ma viveva con tale passione le amicizie da rimanerne spesso fiaccato per l’emozione. Dopo oltre cinquanta anni di viaggi per il mondo aveva dovuto arrendersi per motivi di salute, ma fino all’ultimo aveva continuato a lavorare sui manoscritti medioevali. Aveva difficoltà a ordinare le pagine ma ancora traduceva dal greco, una delle undici lingue che conosceva.

Con piacere aveva accettato di collaborare per Gay.it: mi lasciava ordinare in forma di intervista le nostre conversazioni e gli scambi di mail e poi limava il tutto. Ci teneva molto: raccoglieva ordinatamente ogni pezzo, si infastidiva quando, per cause di forza maggiore, subivano dei ritardi nella messa in rete e perfino negli ultimi tempi mi domandava quando ne avremmo preparato uno nuovo.

Era uno dei "non pochi ma mai abbastanza" servi di Dio pronti a misurarsi con l’omosessualità senza pregiudizi e senza ostilità. La sua esperienza personale non lo aveva reso acido e sospettoso ma docile e pronto all’ascolto. Ogni volta che gli si avvicinava un seminarista preoccupato delle proprie pulsioni omoerotiche lui lo invitava ad andare avanti e a non fare caso a quello che diceva il Vaticano, perché «Dio non sbaglia».

Nei primi anni Ottanta era stato tra i primi a conoscere il dramma dei morti di Aids, celebrando in America molti funerali e rimanendo vicino alle famiglie. Istintivamente in controtendenza con chi parlava del "flagello di Dio contro i peccatori",  non giudicava ma si limitava ad ascoltare e confortare chi era stato due volte ferito: dal dolore della perdita e dal biasimo della gente.

Quando ci siamo conosciuti è nata un’immediata simpatia reciproca e, nonostante il suo carattere profondamente orgoglioso, non ha mai tentato di impormi nulla. Replicava con pazienza alle mie domande soddisfacendo la mia curiosità senza pretendere di sfamare il mio bisogno ansioso di "risposte definitive" e, all’occorrenza, accettava le provocazioni con umiltà e col sorriso.

Le sue stesse curiosità sessuali, il piacere di ammirare bei ragazzi e le battute che ci scambiavamo non prevalevano mai sull’interesse per le persone, di cui si prendeva cura con forza e semplicità, forse cercando di rimediare agli errori di altri e dando un senso alle sue stesse rinunce.

Oltre ai notevoli scritti nell’ambito in cui per anni ha profuso i suoi studi, ha lasciato anche sul nostro sito un piccolo patrimonio di saggezza, coraggioso anticonformismo e soprattutto speranza. Grazie a lui, che ha anche celebrato per me una cerimonia bizantina di affratellamento con il mio compagno, ho scoperto che, se una parte della Chiesa è malata, un’altra è ancora sana e capace di dialogare col mondo, indipendentemente dalla fede di ognuno.

Quando ho saputo della sua morte ho pianto la persona che avevo conosciuto e ho gioito per quella che aveva finalmente cessato di soffrire e che per fortuna non ha dovuto subire l’accanimento terapeutico che altri più influenti di lui vorrebbero imporre ai laici. Lo hanno risparmiato così come lui avrebbe risparmiato chiunque, convinto che alla fine sia solamente Dio a giudicare.

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