UNA LOTTA PER DICHIARARSI

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"Il mio compagno non vuole essere visibile: per le persone con cui usciamo, siamo solo due amici". L'esperto: "Il coming out è essenziale per la serenità personale e...

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Salve,
mi chiamo Andrea, ho 28 anni. Il mio problema riguarda la visibilità. Io vorrei fare coming out a tutti i costi, e il mio partner no! Ritengo questo passo qualcosa di importante e significativo, un momento di maturazione, una strada per giungere alla serenità con se stessi. Ho già detto di me ad alcuni amici, a mio fratello e a mia madre. Non mi sembra peraltro di aver sconvolto o turbato alcuno finora, né ho riscontrato reazioni negative e di acceso rifiuto.
Certo mia madre ci ha messo un po’ ad accettarlo… All’inizio è apparsa turbata e dispiaciuta (ha anche ammesso però di aver da tempo sospettato che io fossi gay!), si è chiesta in cosa avesse potuto sbagliare nei miei confronti quando ero piccolo, mi ha proposto di andare da uno psicoterapeuta per provare a “cambiare”… Le solite cose insomma che provano e fanno le madri in questi casi! Ha fatto poi prevalere il suo amore verso di me ed oggi è solo a volte preoccupata per il mio futuro, riconoscendo una mia posizione di svantaggio sociale, temendo che io possa fare brutti incontri o che sia destinato a restare solo (questo quando le confido di avere problemi e conflitti col mio lui). Ora si è addirittura offerta di aiutarmi a parlare con mio padre. Sicuramente è lo scoglio più grosso: lui così fiero della sua mascolinità, di “essersi fatto” tante donne…!
Il mio compagno, Umberto, ha 30 anni ed è ancora chiuso al sociale e alla famiglia. Ci amiamo da due anni, abbiamo interessi in comune, un’ottima intesa sessuale, ma “usciamo di rado dalla coppia” e dagli incontri protetti da quattro mura (quelle di casa sua, visto che vive da solo), vediamo saltuariamente degli amici (sempre gli stessi) e in queste occasioni dobbiamo in ogni caso fingere di essere solo buoni amici (che palle!). Come se poi chi ci conosce e ci vede di continuo insieme non lo avesse capito…! Come posso fargli intendere che sono importanti per noi e anche per tutti quelli che ci circondano e a cui teniamo la chiarezza e la sincerità? Come fargli comprendere che mi sento un ipocrita, un adolescente, nel giocare a nascondere il nostro amore e la nostra identità?
A volte Umberto risulta così determinato nel dirmi: “Sei un esaltato, non è necessario dire agli altri “chi siamo” per vivere bene…”, da indurmi ad avere dei dubbi… ma è un fatto solo temporaneo, condizionato dal volergli bene… So in realtà che la crescita, mia e di entrambi, passa per questa strada! Spero mi diate una mano a capire cosa e come posso fare…
Saluti
Andrea

Caro Andrea,
su questo punto ho delle idee decisamente nette e definite: il processo di coming out è importante non solo per arrivare a poter vivere serenamente il proprio orientamento sessuale, ma anche al fine di avere una relazionalità soddisfacente, ovvero un rapporto con un compagno (e di pari passo con la comunità cui apparteniamo) stabile e pieno. Una coppia per sopravvivere ha bisogno di intesa, dialogo, affiatamento, ed anche dell’esterno, delle conferme e del sostegno che gli altri possono ad essa offrire, di forme di riconoscimento sociale, del calore degli amici, ecc. La stessa identità personale ha bisogno costantemente per riuscire ad essere solida ed integrata di tali forme di “convalida”, dell’incontro, confronto e scontro con gli altri. Anche chi non ci conferma ci aiuta. Ci aiuta ad accettare di essere separati, differenti, appartenenti ad alcuni e non ad altri…
Vivere di nascosto la propria condizione risulta a lungo andare inevitabilmente arduo e spossante per i partner della coppia, oltre che limitante. Sarebbe possibile ad esempio in questi casi ipotizzare una convivenza? E se si, a costo di quali compromessi? Un mio paziente ha convissuto per anni con un uomo molto spaventato dal poter essere “visibile”: costui arrivava al punto di presentarlo come un suo subaffittuario, gli vietava di rispondere al telefono di casa, gli imponeva di fare la spesa al supermercato insieme si, ma con due diversi carrelli, gli chiedeva di andar via per qualche giorno quando riceveva le visite dei suoi parenti!
Nel mio libro Le identità gay (2002) mi soffermo in più occasioni su questo tema. Quando parlo delle prime relazioni amorose significative e della fase del processo di coming out del contatto pieno, riporto un passaggio del bel romanzo di Pier Vittorio Tondelli, Camere separate (1989). Lo cito di nuovo in questa occasione:
“… Leo non aveva mai creduto al valore dell’accettazione. Non gli importava, teoricamente, essere accettato né legittimato da nessuno. Era in se stesso che traeva valore e legge. Non dall’esterno. (…) E invece in quell’aula universitaria era avvenuto per Leo un fatto strano. E c’era una sola spiegazione possibile: Thomas. Leo infatti non si presentava più all’esterno come Leo, ma come Leo-con-Thomas. Non viveva più solo. Era con un altro. E il mondo doveva prenderne atto. Sarebbe stato così semplice dire: “Io lo amo. E il resto vada al diavolo”. Ma l’amore ha bisogno del mondo, per potersi affermare e Leo sapeva come la felicità avesse bisogno di restare ‘mondana’ per potersi appagare. Ora aveva qualcuno a cui dedicare quell’approvazione. Aveva necessità che il mondo prendesse atto di questa nuova vita, che la tenesse in sé con amore“.
Sforzarsi di nascondere, come tu stesso dici, la propria identità e la relazione affettiva nella quale si è coinvolti, finisce per corrodere il rapporto, poiché aggiunge ai già fisiologici ed inevitabili momenti di conflittualità tra i partner altri motivi di tensione, specie quando (ed è il vostro caso) uno dei due è motivato a vivere apertamente la propria condizione e l’altro no.
Io penso sia sostanziale per chi è gay, lesbica, bisessuale, scegliere la chiarezza e la visibilità almeno con gli altri significativi, con le persone più vicine e più care, altrimenti si rischia di vivere nella finzione e nel diniego rispetto a qualcosa niente affatto così secondario e irrilevante. Non si tratta di ostentare e di urlare: “Io vado a letto con gli uomini!”, quantunque in alcuni momenti, per le rivendicazioni politiche, anche quello può essere importante, ma di tener presente che l’omosessualità è una disposizione affettiva ed erotica di fondo che condiziona tutta l’identità e il modo di relazionarsi all’ambiente. La parola porta in sé implicito un fraintendimento: non è solo “sessualità”, ma significa “sentire” in maniera specifica, particolare, assorbente. E poi non esiste qualcosa così assolutamente “interiore” e “solo mio”, come sostengono coloro che oppongono a questo mio convincimento l’idea che l’affettività e la sessualità siano aspetti privati, intimi, e, come tali, non necessariamente da esplicitare. Pensare questo significa ricadere nella visione intrapsichica di una vecchia psicologia e psicoanalisi. Ogni individuo è sempre in relazione con l’ambiente e con gli altri, lo stesso sé è il risultato dell’incessante processo di contatto io-altro, come il mio indirizzo terapeutico (la psicoterapia della Gestalt) mi ha insegnato. Negare ciò, pensare di “eliminare” nell’esistenza, nell’essere, la dimensione relazionale (l’esser-ci), assume il significato, se non di illusione, di estremo e grave impoverimento.
Non voglio scoraggiarti, ma il tuo rapporto di coppia sta sicuramente attraversando una fase impegnativa, cruciale. Molto dipende da quanto il tuo compagno sarà in grado di diventare consapevole della sua “omofobia introiettata” (in parole povere da quanto riuscirà a vedere di essersi lasciato condizionare dai pregiudizi sull’omosessualità e di averli ingoiati), da quanto sarà in seguito motivato e forte nel desiderare di affrontare e “masticare” gli introietti, e da quanto tu sarai in grado di continuare ad amarlo, incoraggiarlo, aspettarlo, ma anche spronarlo nel compiere questo cammino. In questo, ovviamente, potreste decidere anche di ricorrere al sostegno psicoterapico o di gruppi gay, se doveste rendervi conto che da soli non ce la fate…
Come è finita per il mio paziente? Ha aspettato con dedizione e speranza il suo amore per lungo tempo, ha fatto fronte a frustrazioni e delusioni, ha fatto scenate, se ne è andato, è ritornato, ha messo da parte per un po’ le sue richieste, le ha riaffermate con vigore…, è dovuto infine giungere alla determinazione che l’altro non ce la faceva… Ha attraversato momenti di solitudine, sconfitta e dolore… Si è da poco aperto a un altro incontro, è pieno di entusiasmo e di fiducia. Sta per chiudere il suo percorso terapeutico con me.
Tu sei cresciuto e ti auguri che il tuo compagno voglia crescere con te, ma né io né te possiamo sapere se lui ce la farà. Da quanto mi scrivi si può azzardare una sola certezza: qualsiasi cosa accada, tu non puoi tornare indietro.
Se vuoi tienimi aggiornato.
Giuseppe Iaculo

di Giuseppe Iaculo

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