UNA VITA TRA GLI INSULTI

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Già a partire dalle elementari e fino all'università, mai il piacere di un amico, solo gente pronta a prendersi gioco di te e della tua 'diversità'.

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Caro Leo chi ti scrive è un ragazzo di 21 anni estremamente infelice e insoddisfatto della propria vita.

Inizio dal principio, fin da piccolo mi accorgo che c’era qualcosa di strano dentro di me, mi sentivo in colpa, ogni volta che provavo piacere guardando una persona del mio stesso sesso mi incolpavo dicevo dentro di me: No non devo è peccato, questa è l’ultima volta lo giuro!! questa purtroppo non era l’ultima volta non come avrei voluto.

Continuavo a crescere e man mano mi rendevo conto che non ero come gli altri che ero uno di quelli che i miei genitori, i miei parenti chiamavano: femminelli, ricchioni e altro, li sentivo più volte parlare in casa, ridevano sui gay, ed io in tutto questo a 13 anni subivo, subivo e subivo mi mettevo a disparte capendo che prima o poi l’oggetto di scherzi e comicità sarei diventato io.

Alle medie i compagni di classe cominciano ad insultarmi, non so sinceramente come sia iniziato forse da un equivoco, ma essendo una persona debole non reagivo, venivo insultato con forti parolacce, umiliato davanti a tutti nella classe, a volte anche picchiato, senza che io potessi in qualche modo difendermi. Di tutto questo a casa non raccontavo niente. Per tre anni subii queste torture.

Ma purtroppo alle superiori la situazione si ripete: pensate un po cinque anni da solo, insultato ogni giorno, avevo paura delle ore di pausa quando non c’erano i professori perchè in loro assenza i ragazzi della mia classe mi prendevano in giro, prendevano i libri li sbattevano per aria, scrivevano alla lavagna cose orribili, ed io immobile non piangevo per non dargli soddisfazione, abbassavo la testa, facevo finta che la cosa non mi riguardasse, ma soffrivo dentro, dai miei occhi non uscivano lacrime ma dal mio cuore si.

Dopo le superiori inizia l’università qui le cose vanno un po meglio, ma vivo ancora la mia omosessualità come una vergogna. So che qui nella mia città c’è un Arcigay ma non ho il coraggio di entrare forse non l’avro mai.

Quasi non ho voglia di uscire, i miei comiciano a fare domande. A volte vorrei proprio dirglielo e se non lo faccio è unicamente per non farli soffrire ma credetemi non c’è la faccio più sto scoppiando, sono sicuro che se continuo così non vivrò a lungo, vivo per far felice gli altri.

Tu mi domanderai: Vuoi suicidarti? Ci ho provato ma non ho il coraggio; credimi la vita è meravigliosa, vorrei continuare a viverla ma come vedi ci sono troppe cose negative, la bilancia è sempre al passivo, non so cosa fare ti prego aiutami.

Non ho più stimoli.

Grazie e scusa il disturbo

Caro Gayboy,

quante volte ho ascoltato storie simili alla tua! Credo che non sia spiegabile a chi non l’ha sperimentato in prima persona, che cosa possa significare crescere e diventare adulti all’interno di una costante emozione di vergogna e di odio di sé.

So che non ti può essere d’aiuto il sapere che ancora una buona parte di persone omosessuali, anche tue coetanee, seguono il tuo stesso percorso. Tuttavia quello che mi racconti è esperienza comune di molti. Sviluppare già nella tarda infanzia una qualche forma confusa di coscienza della propria diversità che ci allontana dagli altri, cercare di nasconderla senza successo (come si può, a quell’età, essere così abili?) e diventare così il capro espiatorio del gruppo. E in seguito, quando la coscienza della propria diversità diventa chiara nel suo essere diversità sessuale, obbligarsi a far finta di essere "come tutti gli altri", magari senza riuscirci. Se a questo aggiungi il fatto che sei solo, assolutamente solo, a affrontare questo percorso così duro e difficile e che i tuoi stessi cari, la famiglia, diventano ai tuoi occhi non degli alleati sui quali poter contare, ma degli esseri lontani e giudicanti che tu comunque ti senti di dover proteggere nascondendogli la tua natura "corrotta", credo che si possa tranquillamente affermare che tutto questo sarebbe troppo da sopportare per qualsiasi ragazzo o ragazza.

Così, non vergognarti di piangerti un po’ addosso, ne hai tutti i motivi. Detto questo, è anche vero che comunque sei giovane, sei sopravvissuto e sicuramente hai imparato tanto da quello che ti è accaduto. Sono certa che sei pieno di risorse che nemmeno pensi di avere. Se ha un senso l’espressione "orgoglio gay" credo sia proprio quello di guardarsi alle spalle, rendersi conto delle difficoltà che bene o male sei stato in grado di sopportare, di quanto di buono nonostante tutto hai costruito, del fatto che, con grande dignità, sei arrivato all’età adulta. Di questa capacità di "tener duro" devi essere orgoglioso.

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