“Mi sono sentita come un’ebrea ad un’adunanza nazista degli anni ’20”

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Cronaca di una chiamata all'azione contro il "gender", tra "froci provocatori" e minacce

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La prima sorpresa è nel parcheggio. Che è strapieno di macchine, con grande gioia dei parcheggiatori abusivi, che sono felici di tanto movimento serale in un quartiere che a quell’ora solitamente dorme o si svuota: è il Cep, (Centro Edilizia Popolare) da qualche anno ribattezzato, in cerca di miglior fortuna, S. Giovanni Apostolo.

Non vengo al Cep da quasi 20 anni, da quando facevo laboratori di animazione teatrale nella scuola e la volontaria nella ludoteca del quartiere vicino, Borgonuovo, e sono un po’ disorientata; ma per raggiungere il luogo della riunione basta chiedere ai solerti parcheggiatori e seguire un paio di famigliole che si affrettano, temendo di essere in ritardo.

La seconda sorpresa, solo in parte anticipata dalla prima, è la grandezza del posto, un grande cortile adiacente alla chiesa, il numero delle sedie predisposte (saranno almeno 400) e il numero delle persone. Mi sembra che per le persone presenti sia l’evento della settimana, o magari del mese: un appuntamento a lungo atteso e desiderato.

Prendiamo posto e, appena arriva il prete, tutti scattano in piedi, sull’attenti; si inizia cantando, “per creare l’atmosfera”. L’intero uditorio conosce quelle canzoni misteriose e un po’ kitsch e vi si abbandona con insolito trasporto.

Dopo una breve introduzione da parte del prete, che con qualche difficoltà di dizione sottolinea la straordinaria importanza dell’argomento e dell’evento cui stiamo per assistere, arriva lui, l’Oratore.

Salta sul palco con un piglio da dominatore e lì, tra un grande crocefisso e un quadro con Madonna con Bambino, inizia ad arringare l’uditorio.

È bravo: le pause giuste, il tono giusto; le battute, i gesti, le domande. È bravo e “insegnato”, come se uscisse appena adesso da uno di quei corsi di public speaking.

Mette insieme mezze verità e bugie e racconta fatti realmente accaduti con l’ottica deformata del fanatismo.

Racconta a persone che non hanno alcun strumento per ribattere o informazione per dubitare che l’omofobia in Italia è già un reato, o quanto meno un’aggravante, che la legge Reale-Mancino riguarda le razze e che Scalfarotto vorrebbe far considerare come una razza anche gli omosessuali. Che nelle scuole elementari e all’asilo i bambini vengono costretti a toccarsi i genitali, imparare la masturbazione e vestirsi con abiti del sesso opposto, e che strani educatori gli parlano di sesso, probabilmente per prepararli per qualche pedofilo. Racconta di mercati internazionali di uteri, sperma e ovuli. Parla apertamente di lobby, di complotti, di massoneria, di ingenti interessi economici che sarebbero il motore di tutto. Sostiene che i bambini siano incoraggiati a cambiare sesso, anche grazie a farmaci che bloccano la pubertà.

Ogni volta che racconta qualcosa non fa quasi mai i nomi di quelli che, a suo dire, sono i “buoni”, ma solo degli “altri”: Marco de Giorgi, Monica Cerrutti, Ivan Scalfarotto, Francesca Pardi, e ancora l’Unar, curiosamente ribattezzato “Unàr”, l’Onu, l’associazione le Scosse. I nomi dell’odio sono tanti e ben scanditi perché chi ascolta li possa imparare. La distinzione è netta: da una parte “noi”, dall’altra parte, separati da un muro alto, “loro”.

Il nemico ha il nome jolly di “gender: un termine che richiama, in modo strumentale e impreciso, le diverse teorie di genere, che da quarant’anni indagano i significati socio-culturali della sessualità e che, nella visione costruita ad hoc da personaggi in cerca di una causa sbagliata per cui battersi, sono diventate un complotto e un’ideologia.

Conoscevo già le sue tesi: in genere evito di farmi del male leggendo o ascoltando questi discorsi intrisi d’odio, ma se sei un’attivista, inevitabilmente, ne vieni sfiorata. E per quanto tu li possa ignorare, la sensazione di esserne insozzata ti resta addosso.

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Ma resto ugualmente sorpresa da altre due cose: in primo luogo il consenso.

La gente, tutto intorno a me, applaude, si entusiasma e si indigna a comando; si scandalizzano e sono enormemente grati a chi li sta mettendo in guardia. Intorno a me tutto un coro di assensi, di approvazioni, di risate. Sono attratti in modo magnetico da quell’uomo e molti registrano pezzi della conferenza, magari per diffondere “il verbo” a chi è rimasto a casa.

La seconda cosa la capisco dopo un po’: questa non è una conferenza. Il tipo che gesticola sul palco ed evoca minacce di estinzione non sta solo cercando di “informarli”. No, li sta arruolando. È una call-to-action, un invito all’azione in piena regola quello che si sta svolgendo davanti ai miei occhi sempre più spalancati. Davanti agli astanti l’imbonitore agita il fantasma del totalitarismo e invita a reagire; a mobilitarsi contro il potere costituito, che li vuole schiavi. Peggio: paragona l’affermazione dei diritti delle persone LGBT, l’educazione alle differenze e la lotta contro omofobia e bullismo alle leggi razziali e all’ascesa del nazismo. Chiede ai presenti cosa risponderanno alle future generazioni quando, in un uno scenario distopico post apocalittico, gli chiederanno “dov’eri? Cosa hai fatto per impedirlo?”

Fornisce istruzioni per mettersi immediatamente in azione; fonti di informazione alternative, invitandoli ripetutamente a non fidarsi dei media tradizionali. In altre parole fa leva sulle paure profonde delle persone, incitandoli all’odio e tentando di isolarli da un contesto sano per rinchiudersi in un ambiente complottista. E le persone sono galvanizzate e non vedono l’ora di agire.

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